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sabato 6 novembre 2010

La responsabilita´ dei giudici in Italia: un fatto imbarazzante per un Paese civile

Nel 1987, i Radicali furono promotori di un referendum che, sulla scia del caso Tortora, intendesse riformare la responsabilità civile dei magistrati. L'appello per la riforma della giustizia fu sottoscritto anche da diversi giudici. Quel referendum fu un’occasione unica offerta ai cittadini, improvvisamente destati su un problema che fino ad allora aveva covato sotto le ceneri, per abolire inaccettabili privilegi e un regime di irresponsabilità di cui gli operatori della giustizia godevano, oggi come allora. In quei giorni fu chiaro a tutti, sull’onda emotiva suscitata dalla vicenda di Enzo Tortora, che quel sistema non era più accettabile. 

La battaglia per l'introduzione del principio di responsabilità vide fra i promotori anche personaggi come Leonardo Sciascia, Mario Soldati, Umberto Veronesi e Gianni Vattimo, nonché alcuni fra gli stessi magistrati considerati di ultrasinistra, come Franco Marrone che affermava: “...in questo referendum non c’è nulla contro noi giudici. Esiste nel nostro Paese un principio generale, per cui tutti quelli che producono un danno per colpa debbono risponderne e conseguentemente risarcirlo...”. 

Il referendum fu approvato a grande maggioranza, ma la volontà popolare fu tradita dal voto di DC, PSI e PCI, che si affrettarono a varare la legge 13 aprile 1988 nr. 117, la celebre legge Vassalli. 

Secondo quel testo "Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale" (art.2 comma 1). In questo enunciato si sostanzia il “grande tradimento” che i maggiori partiti di allora, peraltro notoriamente avversari (DC e PSI al governo, PCI all’opposizione), perpetrarono agli italiani, consentendo così di liberare i magistrati della responsabilità personale per il proprio operato, salvo prevedere una blanda azione di rivalsa da parte dello Stato. Quest'ultima azione, prevista all'art. 7 di quella stessa legge, deve essere proposta dal Presidente del Consiglio dei ministri presso gli uffici del tribunale di competenza e non può superare una somma pari ad un terzo di una annualità dello stipendio, al netto delle trattenute fiscali, percepito dal magistrato al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta. Anche l'eventuale azione disciplinare viene delegata ai giudici (art.9). 

Questa legge, di fatto e di diritto, fa sì che la magistratura resti l'unica classe di lavoratori esclusa da una vera responsabilità civile personale, in barba al principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sancito dall'art. 3 della Costituzione italiana. 

Una situazione che provocherebbe imbarazzo in ogni paese civile, ma non in Italia. 

La sezione disciplinare del Csm è una fiera dell’Impunità. Le possibilità di incappare in una sanzione sono pari al 2,1%. In otto anni i magistrati che hanno perso la poltrona sono stati lo 0,07% del totale. 

E allora, perché qualsiasi professionista dello Stato – si pensi ai medici di ospedale -, nello svolgimento della sua attività tipica, risponde dei propri errori mentre il magistrato no ? 
 
E’ urgente riproporre la questione oggi, e sollecitare una riflessione già nella prossima riforma della giustizia. A pensarci bene, poi, rispondere dei propri sbagli restituirebbe alla stessa Magistratura la fiducia dei cittadini.
L’attuale Governo, nel programma elettorale sottoposto agli elettori nel 2008, aveva espressamente indicato tra le proprie missioni “la riforma della normativa anche costituzionale in tema di responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati, al fine di aumentare le garanzie per i cittadini”. 

Sin dal febbraio del 2009 la Commissione Europea aveva scritto alle autorità italiane chiedendo di indicare le misure adottate dalla Repubblica italiana per conformarsi all’interpretazione del diritto dell’Unione fornita dalla Corte nella “sentenza Traghetti”, resa proprio in relazione alla normativa italiana. In assenza di alcun riscontro, nell’ottobre 2009 la Commissione ha inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora, rimasta anch’essa senza risposta. Il 22 marzo 2010 la Commissione ha emesso un parere motivato al quale ha fatto seguito, nel perdurante e inspiegabile silenzio delle autorità italiane, la decisione del 24 giugno 2010 di proporre ricorso per inadempimento ex art. 258 Trattato. E infine, come si prevedeva, L’Italia è stata deferita alla Corte UE di Giustizia per non aver modificato la sua legge sulle responsabilità dei giudici nell’applicazione del diritto dell’Unione Europea. 

Non è facile comprendere le ragioni per la quali i governi che si sono succeduti abbiano scelto questa strada così priva di senso dello Stato e di farsi deferire. La procedura di infrazione, oltre alla condanna alle spese del giudizio, può comportare sanzioni pecuniarie molto gravose se l’Italia dovesse perseverare, per cui è forte il richiamo al Parlamento nel senso di approvare un regime della responsabilità dei magistrati che, da un lato, accolga il richiamo europeista e, dall’altro, dia attuazione al disegno referendario di fine anni ‘80, che non trova alcuna traccia nella legge ora in vigore.  

[Fonte adiantum.it]

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