Cerca nel blog

martedì 18 gennaio 2011

Tribunale di Taranto. La vicenda di Sergio N., e di un giudice che prevede il futuro

La vicenda di Sergio N., 56 anni, Italiano, potrebbe essere catalogata come un tipico caso di giustizia negata con ostinazione. Sergio, in conseguenza di accuse rivelatesi totalmente false, nel 2003 ha trascorso 60 giorni in carcere ed è stato privato dei figli e del suo ruolo genitoriale, fino a quel momento svolto con pienezza e presenza. 

Logica civile vorrebbe che, una volta dimostrata l’infondatezza delle accuse, il cittadino venisse riabilitato completamente e reintegrato nei diritti che egli godeva prima degli “sfortunati eventi” che lo hanno colpito.
Logica civile imporrebbe che, chi ha prodotto false accuse nei confronti di un cittadino giudiziariamente certificato come “onesto” - a seguito della durissima verifica a cui si è sottoposto -, venisse punito come previsto dalla legge.

Dalla logica civile, infine, deriverebbe che gli operatori della Giustizia che hanno assunto decisioni sbagliate, ritornassero su di esse, correggendo, compensando, restituendo la dignità giudiziaria al cittadino e anche al loro stesso operato.

Purtroppo, la logica del cittadino comune, nel caso in questione, si scontra con una logica giudiziaria che, dopo 8 anni, concederebbe ancora oggi al Sig. N 10 ore settimanali di vita con la propria figlia, la quale invece chiedeva con forza più tempo, più paternità. Oggi la figlia di Sergio è una donna fatta, e suo padre ne ha perduto l'opportunità di seguirne la crescita.

La logica giudiziaria del magistrato che ne curava la pratica, invece, ha previsto che al Sig. N, ancora una volta, venisse negata la paternità perché una maggiore frequentazione del padre con la figlia avrebbe provocato a quest’ultima, a causa “dei rischi (o, quantomeno, incertezze) inaccettabili e però facilmente intuibili, ove solo si ponga mente alla possibilità (che meglio potrebbe definirsi probabilità) che il padre principi a prospettarle la realtà emergente dell’esito dei giudizi penali contro di lui (era in procinto di essere assolto dalle accuse infamanti e calunniose), uno “stress di lettura della realtà assolutamente inaccettabile da parte di chi davvero ne abbia a cuore la vita e la felicità”.

In parole povere, il Giudice Istruttore Dr. Pietro Vella (I Sez. Civile del Tribunale di Taranto) ha negato la giusta riabilitazione morale e genitoriale al nostro Sergio perché, in considerazione della felicità, dell’equilibrio caratteriale e del buon profitto scolastico della figlia, non era necessario restituirle il padre, il quale avrebbe potuto prospettarle che non era colpevole delle accuse rivoltegli. Con una predizione degna del miglior Nostradamus, pertanto, il giudice Vella avrebbe così formalmente accusato in anticipo Sergio N. di una colpa non ancora commessa ancorchè incerta, probabile, facilmente intuibile !

Peccato che proprio il Padre, che mai aveva osato parlare con cattiveria della Madre e di chi lo aveva gravemente calunniato, aveva tutelato la psiche della figlia affinchè potesse vivere con equilibrio l’evento drammatico della separazione tra i genitori.

A nulla è valsa la circostanza che la Repubblica Italiana si avvale di una legge, la 54/2006, che sancisce il diritto dei figli alla Bigenitorialità.

La legge citata, in particolare, pur lasciando spazio alla naturale attività interpretativa dei magistrati, non contiene, sia dal punto di vista formale che sostanziale, disposizioni dubbie e fuorvianti (fit in obscuris tantum interpretatio). E’ una norma che recita con chiarezza il diritto dei figli a godere di un rapporto sano ed equilibrato con entrambi i genitori e i rispettivi rami familiari.

Questo principio, noto e condiviso da tutta la società civile, appare inspiegabilmente inviso, nel caso di Sergio N., proprio a colui che ne dovrebbe garantire il rispetto. Dalla lettura del provvedimento, infatti, sembrerebbe che il pregiatissimo Dott. Vella affermi il principio che “modificare il regime di affidamento della figlia minore, ormai più che quattordicenne, trova un insormontabile ostacolo nelle relazioni dimesse dal Consultorio Familiare che delineano l’immagine di una giovane ragazza che vive una esistenza del tutto serena ed equilibrata”. Nella pratica, non c’è alcun bisogno del Padre, giacchè la figlia è serena.

Noi crediamo che tale interpretazione sia stata contraria ai Diritti Fondamentali dell’Uomo, e si sia posta in aperta antitesi con il principio della divisione dei poteri. L’interpretazione correttiva di una norma (P.L. Chiassoni), si rende necessaria allorchè “l’Interprete ha accertato una discrepanza fra il testo della legge e la volontà del legislatore, e rimedia alla (asserita) inadeguatezza dell’interpretazione letterale, sostituendola con un precetto il cui ambito di applicazione è, alternativamente, più ampio (lex minus dixit quam voluit) o più ristretto (lex magis dixit quam voluit), e rappresenta pertanto una interpretazione estensiva, oppure una interpretazione restrittiva, di una certa disposizione”.

Il Giudice Vella, invece, applicava una sua personalissima interpretazione restrittiva che, svuotando del tutto l’ambito di applicazione della norma, non solo negava il Diritto Indisponibile della minore ad avere un rapporto sano ed equilibrato con il Padre, ma anche condannava moralmente in anticipo il genitore per un “reato”, se così si può chiamare il probabile racconto di una verità, non ancora commesso.

Il giudice Vella aveva emesso una sentenza sulla base di una sua predizione del futuro.

Fonte: adiantum.it

Nessun commento:

Posta un commento