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lunedì 28 febbraio 2011

Cassazione: i suoceri hanno diritto a riprendersi la casa coniugale di loro proprieta´

“La sentenza nr. 4917 emessa dalla Suprema Corte di Cassazione stravolge completamente un radicato orientamento della giurisprudenza di merito e di legittimità in ordine all’assegnazione della casa coniugale al genitore presso cui sono collocati stabilmente i figli”, dice l’avvocato Gian Ettore Gassani in merito all’odierna pronuncia della Suprema Corte di Cassazione. 

Secondo i giudici della Corte di Cassazione – analizza il presidente Nazionale dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani - il diritto di proprietà prevale su quello dei figli collocati presso uno dei due genitori o con essi conviventi (se maggiorenni).

La Suprema Corte, così, risolve uno dei nodi più dibattuti del diritto di famiglia atteso che dal 2003 ad oggi anche gli appartamenti concessi in comodato gratuito dai genitori di uno dei coniugi sono stati sistematicamente assegnati in godimento al genitore collocatario della prole, in caso di separazione o divorzio, a tempo indeterminato.

Ovviamente incombe l’obbligo al proprietario dell’immobile concesso in comodato di dimostrare l’assoluta urgenza di riottenerne la disponibilità. La Cassazione è tuttavia chiamata a chiarire in che modo tutelare i diritti dei minori nel caso in cui la coppia non disponesse di una abitazione alternativa (es. previsione di un contributo per il canone di locazione per il genitore collocatario)”.

“Dalle varie sentenze della Suprema Corte, tuttavia, si evince una palese discordanza di principi e orientamenti che rischia concretamente di mandare in tilt gli addetti ai lavori, creando una assoluta incertezza del diritto e dei diritti. L’AMI auspica che il diritto di famiglia possa arricchirsi di orientamenti consolidati, chiari e certi al fine di evitare che il nostro sistema giuridico-giudiziario si agganci più agli orientamenti giurisprudenziali, quotidianamente sfornati, che a norme codificate.

La questione dell’assegnazione della casa coniugale, infatti, resta quella più delicata nelle vicende separative e divorzili. Il rischio è che, indipendentemente dal merito del provvedimento dell’odierna sentenza, si possa scatenare una vera e propria valanga di ricorsi giudiziari tesi a far valere il principio oggi sancito”.

Fonte: puglialive.it

Emilia Romagna, giro di vite sul business delle case famiglia. Che insorgono

Problemi economici o svolta politica ? Non è chiaro cosa realmente ci sia alla base della delibera regionale che di fatto ridurrà le potenzialità di accoglienza delle (tante) comunità per minori che fioriscono anche nella nostra provincia. 

Certo è che il provvedimento varato nel 2007, che sarebbe dovuto entrare in vigore dal 1 gennaio e per ora sospeso, ridurrà i posti disponibili per i ragazzi che vengono tolti alle famiglie d’origine, un fatto che potrebbe cambiare volto alla gestione dei minori con famiglie problematiche.

Le comunità educative per minori della provincia di Modena, per questo, hanno deciso di ribellarsi alle decisioni prese dalla Regione ed hanno scelto di farlo per la prima volta pubblicamente con una lettera aperta.

Il problema è delicatissimo: la scelta della Regione vuole forse indicare ai servizi una via diversa da quella perseguita fino ad ora ? La volontà del legislatore è forse quella di valorizzare anche in casi problematici la famiglia d’origine come già la legge nazionale stabilisce ?

Una risposta non facile da dare, ma certo è che a pendere come una spada di Damocle sulla quotidianità delle strutture è una delibera varata dall’assemblea regionale nel 2007 che avrebbe dovuto entrare in vigore dal 1 gennaio di quest’anno: a pari numero di operatori le case famiglia e le comunità educative non potranno accogliere più di 10 ragazzi alla volta, mentre oggi il numero massimo è 12.

Una variazione apparentemente piccola ma in realtà di sostanza per le comunità che accolgono i minori sottratti alle famiglie da provvedimenti giudiziari e che ricevono per ognuno dalle istituzioni somme anche importanti (si va dai 70 ai 90 euro al giorno per ospite) senza le quali, sostengono le comunità, sarebbe impossibile andare avanti.

Un taglio volto al risparmio? Questa volta sembra di no: a quanto pare dietro alla decisione della Regione potrebbe esserci un cambio di rotta sulle politiche della gestione dell’infanzia difficile, una svolta rispetto ai metodi con cui oggi tribunali e assistenti sociali sottraggono i minori alle famiglie per affidarli alle comunità.

Se è vero, infatti, che la legge prevede un utilizzo il più limitato possibile dell’allontanamento del minore dalla propria famiglia (specificamente limitato ai casi in cui il minore abbia subito abusi sessuali o violenze fisiche) è vero anche che, nella provincia di Modena come in quelle limitrofe sono numerosi i casi di denunce da parte di famiglie a cui il figlio è stato sottratto e affidato alle cure delle comunità senza episodi specifici di questo tipo.

La nostra Regione tra l’altro presenta numeri importanti sul tema dell’affido alle strutture, numeri che forse agli assessorati competenti cominciano a non piacere più troppo.

E’ soprattutto all’idea che la Regione abbia scelto la via economica per lanciare un messaggio ‘politico’ (se le strutture sono costrette a chiudere per mancanza di fondi caleranno i posti e dunque gli allontanamenti) che le comunità modenesi si ribellano, sperando disperatamente di fermare l’iter intrapreso dalla delibera che per ora è rimasta sospesa fino a data da destinarsi.

Fonte: modenaqui.it

domenica 27 febbraio 2011

Nessuna legge sancisce che i bambini sono proprietà della mamma. Nessuna legge sancisce che una donna separata ha diritto a mantenere il tenore di vita di cui godeva da sposata, a costo di schiavizzare l'ex-marito per mantenerla

Adozioni, on. Bitonci (Lega Nord): scandaloso che la magistratura pretenda di cambiare le leggi

“Esprimo la mia netta contrarietà sulla posizione assunta dalla Cassazione con sentenza n. 3572 di pochi giorni fa, in merito all’apertura delle adozioni ai single. I bambini devono poter contare sulla presenza di due genitori, di sesso diverso, ed hanno diritto ad avere le maggiori garanzie possibili per una crescita armoniosa e completa, non solo ai fini educativi ma anche e soprattutto in termini di sicurezza sociale, continuità e equilibrio”.

Non usa mezzi termini il Deputato della Lega Nord On. Massimo Bitonci per bocciare la recente sentenza della Corte di Cassazione che ha “raccomandato” ai legislatori di prendere in considerazione la previsione di adozioni anche per i single. “Ormai è palese – continua Bitonci – come la separazione dei poteri stia diventando un “optional” per certa magistratura, che non perde occasione per tentare con ogni mezzo e mezzuccio di modificare la vigente legislatura.

Come mai si tirano in ballo l’ONU ed i diritti dell’uomo solo quando fa comodo come quando, ad esempio, si vuole bollare di razzismo il reato di clandestinità, e non lo si nomina minimamente quando invece lo stesso organismo internazionale (con decisione del 1989 ratificata dall’Italia nel 1991) ha stabilito l’inalienabile diritto del minore ad avere due genitori?

E’ scandaloso anche solo ipotizzare la possibilità di adozione da parte di singole persone, quando ci sono coppie regolari (e parlo di un uomo e di una donna, visto che boccio nettamente anche le adozioni da parte di coppie omosessuali) che sono da anni in lista di attesa per riuscire ad adottare un bambino, a causa della lentezza delle procedure amministrative e burocratiche che dilatano a dismisura i tempi, ingessando di fatto la situazione ed impedendo a migliaia di bambini di essere affidati, presto e bene, ad una famiglia REGOLARE che si possa occupare di loro.

Ritengo che la possibilità di concedere ai single la possibilità di adottare un minore sia una pratica che potrebbe nascondere risvolti pericolosi: la garanzia di avere due genitori che educano e si prendono cura di un figlio è di gran lunga maggiore di quella che può essere data da una singola persona, senza tenere conto di eventuali situazione poco chiare che potrebbero nascondersi dietro il desiderio, da parte di un single, di avere la potestà genitoriale su bambini indifesi e particolarmente vulnerabili, anche sotto il profilo affettivo.

Bene fa la Chiesa a rivoltarsi contro questa sentenza – conclude il Deputato Massimo Bitonci – e ad alzare la sua vibrante protesta. E’ inaccettabile ed eticamente scorretto, infine, anche solo l’ipotesi di voler indurre il legislatore a cambiare la legge: certamente non è questa la funzione della Magistratura, o almeno della parte più seria, imparziale ed impegnata di essa”.

Fonte: agenparl.it

sabato 26 febbraio 2011

Senatore Pedica (IDV): un caso particolare di ingerenza in procedimenti giuridici?

Per doveroso diritto di replica, "Edizioni Oggi" pubblica la risposta del padre di un minore, di 8 anni, di cui si è parlato nella Parte Quinta della presente inchiesta, in particolare riguardo all'episodio che ha causato l'appello rivolto al presidente del Tribunale dei Minori di Roma, Dott.ssa Melita Cavallo e l'intromissione di un noto esponente del mondo politico, il senatore Stefano Pedica (foto).

Chi ci scrive è Massimo Fieramonti, padre del bambino conteso, il quale ha rivolto a sua volta un appello al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e del cui caso si è interessata anche l'on.Alessandra Mussolini con una apposita interrogazione parlamentare. Riportiamo testualmente:

"Molto spesso si legge sui giornali di papà che non riescono a frequentare i propri figli, dell'egoismo di alcune madri che inspiegabilmente e senza alcuna apparente ragione, proibiscono ai figli l'apporto dell'amore dei padri. Alcuni giornali, insieme a taluni giudici, da anni si occupano solo di far fuori (politicamente parlando) il presidente del Consiglio, delle sue telefonate o delle sue cene. ma quando le telefonate le fanno esponenti dell'IdV (on.Stefano Pedica) al Presidente del tribunale dei Minori (Dr.ssa Melita Cavallo)per ottenere l'annullamento di certi provvedimenti giudiziari, nessuno ne vuole parlare".

Al signor Fieramonti rispondiamo - quasi nessuno: "Edizioni Oggi", per principio di giustizia - non si fa scrupolo alcuno di rendere pubblica la verità dei fatti, o comunque di dare spazio alle versioni di tutte le parti in causa. Ma proseguiamo.

"Sette mesi fa c'è stato il primo boom mediatico organizzato da "Repubblica" e da altre persone, su una vicenda che non aveva bisogno di essere portata alla ribalta nazionale e tantomeno in modo così mendace.

Tengo a precisare che la madre di mio figlio, Sig.ra Valentina Pappacena, è indagata dalla Procura di Latina per inosservanza dei provvedimenti del giudice, per sottrazione di minore, e forse anche per sequestro di persona e non so quali altri reati. ma tutto questo non è bastato all'esponente dell'IdV che, per premio, l'ha eletta presidente provinciale delle donne IdV e le ha aperto un Centro Antiviolenza Donne a Latina. Lei, come si evince dalla CTU ordinata dal Tribunale dei Minori di Roma, è responsabile di Mobbing Genitoriale nei confronti di mio figlio, e di una serie di infinite violenze psicologiche atte ad annullare la figura paterna nei confronti del bambino".

E l'appello del signor Massimo Fieramonti prosegue con la lettera inviata al ministro Alfano:

"Egregio Signor Ministro,
quando si subisce un'ingiustizia è lecito chiedersi come è potuto accadere. Si tenta di capire dove sia lo sbaglio e il suo perché. Si cerca di fare un'analisi dei fatti e delle esperienze vissute, ma non sempre si riesce ad arrivare alla verità.

Del trattamento di cui sono stato "beneficiato" e di cui beneficiano migliaia di cittadini, come padre mi sento offeso ed umiliato. Alla sofferenza morale, al dolore derivante dalla sottrazione di affetti, si è aggiunta la beffa di vedermi negato un diritto riconosciuto da decine di provvedimenti del Tribunale dei Minori di Roma, poiché nessuna autorità è stata disposta a renderlo esecutivo. Tutte quelle persone che avrebbero dovuto tutelare e salvaguardare il diritto di mio figlio ad avere un padre, hanno invece tutelato l'insano egoismo di un adulto, ovvero della madre.

Allego, l'interrogazione parlamentare presentata dall'on.Alessandra Mussolini.Confido in un Suo prezioso aiuto. In difetto, non rivedrò più mio figlio. Distintamente - Massimo Fieramonti".

I fatti che seguono sono la motivazione di quanto esposto:

"Il 21 dicembre 2009 (dopo 7 anni di udienze processuali...) perviene ai servizi sociali di Sezze (LT) un provvedimento (il primo), di allontanamento del minore, dalla madre, con decadenza della potestà genitoriale della stessa ed affidamento al padre, ossia il sottoscritto.

Viene quindi ordinato ai Carabinieri ed ai servizi sociali di Sezze - Sig.re Marteddu e Lentisco - di eseguire il suddetto provvedimento. I servizi sociali avvisano la madre, Sig.ra Valentina Pappacena, la quale si rende irreperibile per circa tre mesi, e né i Carabinieri di Sezze, né quelli di Latina Scalo i di latina, fanno ricerche per trovare mio figlio.

Ho quindi contattato un investigatore privato che, nel giro di due giorni riesce a trovare il bambino. A casa sua! Il mio avvocato avverte il pm Capasso (Sostituto Procuratore di Latina) e titolare del procedimento, ed ordina ai Carabinieri di Sezze e ai servizi sociali di eseguire il provvedimento. Questi si recano sul posto ma non prelevano il bambino, giustificando che il medesimo non voleva andare con il padre, grida, piange, scappa; quindi per non turbare l'equilibrio psicologico del minore, rinunciano a prelevarlo.

A questo punto, il giudice, dr.Janniello, sconc
ertato per la mancata esecuzione del provvedimento, con una seconda ordinanza incarica la questura di Latina, Ufficio Minori, di procedere all'allontanamento del minore.

Nelle more, deposito istanza al Tribunale Ordinario di latina, nella veste del giudice tutelare, per chiedere che i servizi sociali eseguano il provvedimento. Il giudice, dr.ssa Francesca Cosentino, assegna 10 giorni per adempiere, allo scadere dei quali i servizi sociali, riconvocati, dichiarano di non aver adempiuto al provvedimento. vengono quindi inviati gli Atti alla Procura della Repubblica per "omissione di atti d'ufficio". Da segnalare che nel fascicolo depositato al Tribunale dei Minori risultano agli atti i fax inviati dalla Questura ai servizi sociali di Sezze, con i quali viene sollecitato l'intervento: Fax ai quali i servizi sociali non hanno mai risposto!

Arriva quindi un nuovo provvedimento (il terzo) per l'affidamento del minore ad una "casa famiglia" ritenendo necessario un più stretto avvicinamento fra la figura paterna ed il figlio, dopo anni di influenza materna negativa. Tale provvedimento doveva essere eseguito dalla Questura di Latina. I servizi sociali dovevano indicare il nominativo della casa famiglia: tale nominativo non è mai stato indicato!

Il 2 marzo 2010 il giudice, dott.Janniello, convoca in udienza il sottoscritto, la madre, ed il minore, per ascoltarlo, ed un curatore speciale del bambino, nella persona dell'Avv.Enrico Ronchi, nelle more nominato. A tale udienza, la madre si presenta con l'assistenza di un nuovo avvocato (il quinto!), tale dott. Coffari, di Firenze, ma non viene fatto comparire il bambino.

Vengono quindi azzerati tutti i provvedimenti adottati, sia di affidamento al padre, che alla casa famiglia, e si da' carta bianca per una mediazione al nuovo curatore, il quale stabilisce che il bambino dovrà stare tre giorni con il sottoscritto e tre giorni con la madre, che accetta tale soluzione.

Il curatore parte da Roma e si reca a Borgo Faiti (LT) presso l'abitazione della madre, Valentina Pappacena, dove rimane per oltre due ore. Solita sceneggiata: il bambino non vuole saperne di andare con il padre, e l'accordo salta.

Il curatore redige una relazione e la deposita al Tribunale, nella quale viene evidenziata la negatività dell'ambiente familiare dove il minore vive e la negativa influenza della madre e della nonna materna nei riguardi del minore stesso, tanto da "renderlo quasi un automa ai loro ordini". 


Preso atto della relazione del curatore, il Tribunale emette il quarto provvedimento con il quale interrompeva il legame viziato fra il bambino e la madre e disponeva, in via temporanea e strumentale, l'allontanamento dello stesso, allo scopo di sottrarlo alle anzidette influenze negative, da un nucleo familiare definito fortemente patologico, con sospensione del rapporto fra il bambino e i familiari materni. 

Disponeva inoltre l'allontanamento immediato del bambino a cura della Questura di Latina, Ufficio Minori, e l'assegnazione ad una casa famiglia al di fuori del territorio di residenza. E ancora una volta la madre si rende irreperibile con il bambino. La Procura di latina inserisce la sig.ra Valentina Pappacena fra le persone da ricercare.

A questo punto, scoppia il caso mediatico, con una vera e propria campagna diffamatoria contro il Tribunale dei Minori di Roma e contro le forze dell'ordine, e con richiesta ricusazione del giudice dr.Janniello. Lo stesso, dopo una settimana, decideva di astenersi..."

Sostanzialmente, appare chiaro che, stando ai fatti esposti dal sig.Fieramonti, la madre sia la regista occulta di un piano ben chiaro. Inoltre risulterebbe evidente l'intenzione di non ottemperare alle decisioni del Tribunale. Il bambino conteso viene visto a scuola, nonostante risultasse irreperibile. Il padre avverte la Questura che lo aveva dichiarato scomparso da circa tre settimane. 

La polizia arriva a scuola, nel frattempo arriva anche la madre, infine il bambino viene preso in consegna dagli agenti, ma nel frattempo, la Polizia Anticrimine ordina di soprassedere all'allontanamento del bambino, il quale viene riconsegnato alla madre. La vicenda continua con la richiesta di affidamento esclusivo da parte del padre e con la madre che sfida apertamente le decisioni dei giudici e, a quanto pare, senza incorrere in alcuna sanzione.  

A tutto si aggiunga la campagna di delegittimazione e pesante ingerenza, organizzata  da terzi e coadiuvata da un noto esponente del mondo politico (l'on.Stefano Pedica)...

                                                                           (CONTINUA)


[Fonte: http://www.edizionioggi.it/inchieste/2011/2/22/news-11318/-tribunale-dei-minori-servizi-sociali-un-vero-disastro.html ] 

lunedì 21 febbraio 2011

Il caso Basiglio raccontato dall'avvocato Martinez che per primo si occupo' della vicenda. Un articolo de "Il giorno" conferma: "la preside e le maestre sapevano che a fare il disegno era stata un'altra bambina".

Basiglio - Un'altra mamma conferma: «La preside e le maestre sapevano che a fare il disegno era stata un’altra bambina». Secondo la testimone ne erano al corrente ancor prima della segnalazione fatta ai servizi sociali, che portò al distacco dalla famiglia della bimba “sbagliata” e del suo fratellino. 



Va avanti il processo che vede imputati la preside e due maestre della scuola, uno psicologo e un’assistente sociale, per l’odissea dei due bambini di Basiglio che vennero strappati per oltre due mesi all’affetto dei loro genitori e costretti a vivere in una casa di accoglienza a causa di un disegno osè fatto da un’altra alunna.

Nell’udienza del 16/2, oltre alla madre di una delle alunne che ha confermato di essere al corrente che il corpo insegnante della scuola era consapevole dell’”errore” sul disegno prima che il tribunale emettesse il provvedimento con cui toglieva i fratellini alla loro famiglia, ha deposto anche l’educatore che seguì più da vicino il fratellino maggiore quando il bambino venne portato in comunità. Anche lui ha confermato la condizione di forte disagio del piccolo in quel contesto extra-famigliare.

Nella nuova udienza del processo saranno ascoltati lo psicologo consulente tecnico della procura e quello che stese per il tribunale dei minori la perzia d’ufficio che portò infine all’archiviazione del caso. Il disegno era stato trovato sotto il banco della bambina di nove anni nel febbraio 2008, e il 14 marzo lei e il fratello 13enne vennero tolti ai genitori su disposizione del Comune e dei servizi sociali, che avevano raccolto la segnalazione della scuola.

I piccoli vennero così affidati ad una casa di accoglienza dove rimasero per 69 giorni prima di tornare ad abbracciare i genitori. Nel processo, la preside e le maestre rispondono di falsa testimonianza perché avrebbero continuato a sostenere, davanti agli inquirenti, che il disegno era della bimba allontanata mentre sapevano che a farlo era stata una sua compagna.

La direttrice scolastica è accusata anche di falso ideologico perché, stando alla ricostruzione della procura, nell’immediatezza dei fatti scrisse una relazione inviata ai servizi sociali nella quale sosteneva la versione ufficiale pur sapendola falsa.

L’assistente sociale e lo psicologo si difendendono dall’imputazione di lesioni colpose nei confronti del fratellino maggiore perché, stando alla procura, avrebbero creato un grave trauma nel ragazzino al momento dell’allontanamento dai genitori, il 14 marzo 2008, tra l’altro giorno del suo compleanno, dicendogli che avrebbe cambiato famiglia e cercando di fargli confermare i sospetti nati dal disegno. Tutti gli imputati hanno sempre negato: sia di aver saputo la verità, sia di aver fatto pressioni perché venisse confermata. Mario Consani

Fonte: ilgiorno.it

lunedì 14 febbraio 2011

Bassano, madre accoltella l´assistente sociale. E´ il secondo episodio in zona di recente

Un raptus. Ha afferrato il coltello e si è scagliata contro l'assistente sociale, presente al colloquio. Quindi, non doma, ha reagito violentemente anche contro due poliziotti del commissariato prima di essere bloccata dagli altri agenti intervenuti con l'ausilio dei carabinieri. 

La donna, Cristina C., 49 anni, domiciliata a Bassano, è stata arrestata per tentato omicidio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Nei giorni prossimi sarà interrogata per la convalida dell'arresto, e il reato contestato potrebbe essere derubricato in lesioni aggravate.

Il dramma è avvenuto l'altro pomeriggio all'interno della struttura del consultorio familiare di via Cereria 14 a Bassano. In base a quanto è stato possibile ricostruire - in merito all'accaduto, gli inquirenti sono stati mai abbottonati -, la donna è ospite di una struttura e soffre di alcuni disturbi. Le visite al figlio, che ha una decina d'anni, avvengono nella forma del colloquio protetto alla presenza di uno o più operatori della struttura assistenziale.

È stato proprio durante un colloquio che Cristina è scattata. Da quanto si è compreso, voleva poter stare con il figlio senza la presenza di altre persone, e all'esterno del consultorio. Forse avrebbe voluto portarselo via con sè.

Di fatto, aveva portato un coltello, e quando l'assistente sociale Antonino Paladino, 49 anni, di Marostica, le ha spiegato che la sua presenza era necessaria, lo avrebbe aggredito con la lama, ferendolo, davanti al bambino. L'operatore si è difeso, e subito è scattato l'allarme ed è stato avvisato il 113. In un attimo è arrivata la prima volante del commissariato di Bassano, ma la donna, in uno stato d'ira irrefrenabile, si è scagliata anche contro l'ispettore e l'agente che erano intervenuti, fortunatamente senza ferirli. In pochi minuti è arrivata una seconda volante e i poliziotti, con l'ausilio dei carabinieri della compagnia bassanese, sono riusciti a fermare la donna, a calmarla e quindi ad arrestarla, una volta sentito il pubblico ministero di turno. Nel frattempo, Paladino è stato medicato ed è stato accompagnato al pronto soccorso; oltre allo spavento, comprensibile, ha subito lesioni non gravi, guaribili in qualche giorno.

In base alla prima ricostruzione, però, Cristina si sarebbe avventata su di lui con il proposito di fargli seriamente del male. Gli inquirenti dovranno ora raccogliere le testimonianze dei presenti per ricostruire nel dettaglio l'accaduto.

Il bambino, che ha assistito alla terribile scena, è stato affidato ad alcuni parenti. Passerà del tempo prima che la mamma possa rivederlo.

Cristina dovrà essere curata. È probabile che la difesa chieda una perizia per accertare le condizioni di salute della donna, e per accertare se era in grado di intendere e di volere quando si è scagliata contro l'assistente sociale. Il quale non si immaginava certo un'aggressione del genere.

È la seconda volta, in pochi giorni, che un operatore di strutture protette e assistenziali vengono aggrediti in maniera violenta. Era successo una decina di giorni fa a Schio, dove un giovane venne arrestato sempre per tentato omicidio.

Fonte: ilgiornaledivicenza.it

Cara Alessandra, cosa consigli di fare se mio figlio di 9 anni mi manda affanculo?

Carissima Alessandra, permettimi di darti del tu. Sulla “presunta” alienazione e sulla “difesa” del minore dobbiamo intenderci. Come faccio sempre quando non comprendo, chiedo: “difesa” da cosa e da chi ? In quanto alla “presunzione”, sappi che mio figlio - nove anni - l’ultima volta che ci siamo visti mi ha detto: “tu te ne devi andare affanculo !”. E’ storia di appena cinque giorni fa, e perdonami l’espressione diretta. Prendi queste parole come un’osservazione clinica.

Prima di allora siamo potuti stare insieme oltre sette mesi fa, quasi un’oretta nel parlatorio dei lager sociali e solo la scorsa settimana ho rivisto lui e la sorellina, mia figlia. Con grande sofferenza ho ignorato i brutti ricordi indotti, le false accuse iniettate con odio e con grande fatica abbiamo iniziato a parlare del più e del meno. I gattini sono cresciuti… l’altalena è ancora funzionante… le vostre camerette sono sempre in ordine… che ne dite se a Pasqua vi porto tre giorni a Londra? Sorrisi, musi lunghi, ancora sorrisi, poi respiro affannoso, luccichio di lacrime ed è saltato il tappo... e io me ne sono andato a quel paese.

Il mio non è un caso speciale, basta affacciarsi alla finestra, ascoltare i racconti, leggere gli sfoghi e ti accorgerai che la mia è una storia come migliaia di altre. Non c’è degrado, non c’è violenza, siamo tutte persone per bene, normali, nella media e da un giorno all’altro siamo inciampate in questo guaio, ogni giorno scendiamo i gradini di questa scala che porta dritta dritta al nostro personalissimo inferno.

Se non si tratta di alienazione, se Gardner è un contaballe allora mi devi suggerire tu con che cosa mi sto confrontando e soprattutto che cosa devo fare. Non lo sa nessuno: perché il problema viene semplicemente ignorato, viene negato – come fai tu - e quindi non esiste, io stesso mi trovo a vivere come fossi l’”uomo invisibile”. Ma più di tutto rivedo alla moviola questi ultimi interminabili secondi, la pressione di uno stress emotivo, di malessere, di sofferenza, di fantasmi che hanno fatto esplodere un bambino abusato psicologicamente. Mio Figlio !

Ma fa niente, vuol dire che farò da solo, come sempre. La distanza tra voi e noi è incolmabile, sarebbe a dire che non siete credibili né autorevoli, voi andate da una parte, l’Italia va dall’altra. E se proprio non riuscirò a cavare un ragno dal buco lascerò andare i miei figli per la loro strada, inutile provocare in loro e in me ulteriori danni, di voi non mi fido. Io, Padre, farò come quella Madre al cospetto di Re Salomone, per evitare che vengano smembrati rinuncerò a loro. Per Amore.

“Se deve esserci un problema, dallo a me e lascia vivere mio figlio in pace”. L’ha scritto Thomas Paine che più di duecento anni fa ha redatto i Diritti dell’Uomo. Sarebbe opportuno farne tutti un bel ripasso.
 
Cordialmente
Elio FRANCESCONI


Fonte: adiantum.it - E. Francesconi [26-01-2011]

I diritti dei nonni e la loro frequentazione con i nipoti

In generale la conflittualità familiare si è acuita. Così come è diventato sempre più socialmente accettabile che un matrimonio possa finire, è diventato accettabile che una persona voglia interrompere i rapporti con la propria famiglia d’origine. La normalità della separazione come fine del vincolo familiare tra coniugi (anche se solo il divorzio stabilisce la fine del vincolo giuridico, ma sappiamo bene che la seprazione non è certo uno stato transitorio), ha reso normale, plausibile, concepibile “divorziare” anche dalla famiglia di provenienza, quindi dai propri genitori. 

Non che questa sia una novità, ovviamente: da che mondo e mondo ci sono persone che rompono i rapporti con la famiglia. La vera novità è che questo tipo di comportamenti iniziano a trovare una collocazione precisa nel diritto.

L’articolo 155 del codice civile è stato riformulato inserendo questo principio: “anche in caso di separazione dei genitori il figlio minore ha il diritto [omissis] di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”

La norma, dunque, è nata per regolare i rapporti tra nonni (ma anche zii e cugini) in caso di separazione dei genitori. E’ evidente che questo è il caso di maggior applicazione: una coppia si separa; i bambini, pur se affidati congiuntamente, vengono collocati con un genitore e può accadere che, se c’è una crisi nei rapporti o una violazione del diritto di visita, si interrompano i rapporti dei bambini con nonni e parenti dalla parte del genitore non collocatario. Ancora più frequente il verificarsi di queste situazioni in caso di affidamento esclusivo ad un solo genitore (ipotesi oggi lasciata ai soli casi di “patologia” del rapporto o di estreme difficoltà per l’esercizio dell’affidamento).

In questo ambito, fa parte dei doveri del genitore collocatario o affidatario consentire, o comunque non ostacolare, un rapporto tra i bambini e la famiglia dell’altro genitore.

La violazione di questo dovere non è azionabile direttamente dai nonni se non come cattivo esercizio della potestà genitoriale sui minori e, quindi, ricade nell’ambito delle competenze del Tribunale per i Minorenni. Ovviamente ricade anche nella competenza del Tribunale Ordinario, in sede di separazione, porre delle condizioni e delle regole specifiche per favorire questo rapporto fin dall’inizio, prima che si verifichino i fatti che lo ostacolano. Quindi sarebbero sempre auspicabili regole certe (magari concordate tra i genitori, se si agisce consensualmente) fin dal momento della separazione, non soltanto sulle modalità di visita, frequentazione e permanenza del genitore non collocatario, ma anche sulla frequentazione della sua famiglia.
Fin qui c’è uno strumento normativo: piuttosto generico (ma è giusto che sia così: nell’ambito dei rapporti umani le norme non possono essere specifiche, in modo che possano adattarsi alla situazione di fatto e siano interpretabili in concreto dal Giudice), ma esiste.

Il vero problema nasce nei casi in cui si interrompe la frequentazione con i nonni in assenza di separazione tra i genitori. Quando semplicemente un genitore interrompe i rapporti con la famiglia di origine. La vera differenza rispetto al passato è che stanno aumentando in modo significativo nei Tribunale per i Minorenni i ricorsi dei nonni per ripristinare o iniziare il rapporto con i nipoti.

In realtà non esiste un diritto azionabile in tal senso: i nonni non hanno un diritto proprio a vedere i nipoti. I ricorsi vengono normalmente presentati ai sensi dell’art. 333 c.c., relativo all’accertamento di condotte del genitore pregiudizievoli per i figli.

Nel momento in cui si dimostra che non vi è alcun pregiudizio per i bambini nel non frequentare i nonni, la questione finisce lì. La norma specifica sulla conservazione dei rapporti con la famiglia dei genitori, come abbiamo detto, è posta solo nel caso della separazione. Per applicarla al di fuori bisogna ricorrere ad un ragionamento giuridico detto “analogia”: applicazione di una norma ad un caso diverso da quello per il quale è stata posta, ma simile. Questo può accadere solo quando una norma pone un principio che può ritenersi sufficientemente generale da consentire l’analogia.

Sicuramente, in questo caso, è proprio così: il favore per i rapporti familiari è un principio che può estendersi anche al di là della separazione personale dei coniugi.

Però, dato che si può agire giudizialmente solo quando questa violazione costituisce addirittura una condotta del genitore pregiudizievole al figlio, tale da rendere in qualche modo viziato l’esercizio della sua potestà genitoriale, il fatto deve presentare una certa gravità.

Insomma, un tribunale prenderà in considerazione un ricorso di nonni ai quali viene sistematicamente e totalmente vietato il contatto con i nipoti. Ed anche in questo caso, si dovrà poi verificare che, questa mancanza di rapporto, crei pregiudizio ai bambini.

E’ impossibile ricorre ad un Tribunale per ottenere un diritto di visita con i nipoti più ampio o diverso da quello che viene proposto o concesso dai genitori. Per intenderci: se i genitori non vogliono far rimanere i nipoti da soli con i nonni e vogliono essere presenti alle visite, o vogliono farle durare poco, possono farlo. Rientra nel loro ruolo: a loro spettano le decisioni sui figli.

Se umanamente, in alcuni casi, può essere scorretto, sgradevole e penoso, non è il diritto che può intervenire.
Assisto continuamente ad una richiesta crescente di portare le proprie aspettative (prescindendo se legittime o meno e da che punto di vista) davanti ai tribunali. Se da una parte si sta facendo uno sforzo enorme per far passare un istituto giuridico nuovo come la mediazione, per sostituirlo al giudizio (ma quanti lo sanno che in italia è in corso quella che poteva essere una rivoluzione e che forse non lo sarà?), dall’altra le persone vogliono sempre più che sia un Giudice a sopperire alla loro mancanza di dialogo e di comunicazione. Non tutto è assoggettabile alla giurisdizione, non tutto è risolvibile nei tribunali. Le soluzioni dei tribunali, poi, sono imposte e nei rapporti umani è difficilissimo gestire l’imposizione: non fa che aumentare le tensioni e la conflittualità e genera da sola rinnovato conflitto.

C’è poi un principio da accettare: nel bene e nel male, per i figli decidono i genitori. Le violazioni gravi alla salute, all’integrità, alla morale e all’equilibrio psichico dei bambini devono sempre essere perseguite in modo deciso. Poi c’è tutto un vasto universo di rapporti umani che non sono sempre perfetti: sono costruiti sui rancori, sulle ritorsioni, sulle esperienze passate, sulle sofferenze, sugli equilibri personali precari, in una parola sulla storia delle persone. Ma non tutto è diritto. E prima del diritto c’è sempre il dialogo. E se il dialogo non funziona, bisognerebbe pensare ai cento modi diversi di dialogare e sperimentarli tutti.

Fonte: genitoricrescono.com

Gemelline svizzere scomparse: di affido esclusivo si puo´ morire

Nella vicenda delle gemelline scomparse emerge l’ultima lettera del padre suicida. Accusa la moglie, colpevole di avergli tolto l'affidamento delle bambine, "senza l'affido congiunto non ce la faccio". 

"E’ la separazione dai figli a scatenare l’impulso ad uccidere ed uccidersi, non certo la gelosia o la mancata accettazione della fine di un matrimonio" sostiene Fabio Nestola, presidente della Federazione Nazionale Bigenitorialità. 

Le ultime parole di Matthias Schepp fanno luce sulla molla che ha innescato il vortice di disperazione che lo ha spinto a vedere la morte come unica soluzione. 

"Non si tratta di giustificare il gesto disperato, che rimane ingiustificabile" prosegue Nestola,  "ma è doveroso comprendere a fondo le dinamiche di questa come di tante altre stragi familiari. Dalla lettera emerge il desiderio del padre di potersi occupare delle bambine anche dopo la separazione, una pulsione naturale ed insopprimibile. Il rifiuto, le limitazioni, la consapevolezza di essere relegato per sempre in un ruolo marginale hanno generato il corto circuito". 

Il Centro Studi FeNBi da anni analizza il fenomeno dei fatti di sangue legati a separazioni e divorzi, attraverso ricerche ed approfondimenti. E’ recente (ottobre 2010) la pubblicazione di uno studio ultradecennale sulle cause di omicidi e suicidi: al primo posto l’interruzione giuridica del progetto genitoriale, un fattore di rischio mai preso in considerazione dal mondo forense.  

"Il nostro Centro Studi si dedica da anni alla ricerca, raccolta ed elaborazione dati, ed appare ormai fuorviante ridurre ogni strage familiare al gesto isolato di un pazzo. Quando i 'gesti isolati' si ripetono a centinaia è indispensabile individuare il filo rosso che li unisce". 

Nel caso di Matthias Schepp non c’entrano nulla quelle che vengono costantemente citate quali motivazioni delittuose: la gelosia morbosa per la donna che lo ha lasciato, oppure l’incapacità maschile di accettare la separazione … il padre suicida chiedeva di poter stare un po’ di più con le figlie, chiedeva di non sparire dalla loro vita. Se fosse stato previsto un affido condiviso forse oggi non dovremmo piangere altre due giovani vite spezzate. Di affido esclusivo si può anche morire.
 
Centro Studi FeNBi
3208931771

Fonte: adiantum.it - F. Nestola

domenica 13 febbraio 2011

"o fai come ti dico io o ti tolgo i figli". Anche questa è violenza. Inaccettabile violenza.

Gemelline, un sistema basato sulla sola verita´ processuale non previene i fatti di sangue

 

La scia di omicidi in ambito familiare a cui la cronaca ci ha abituati dice che, in Italia, si sta sbagliando tutto. E se il suicidio del genitore-carnefice non è affatto scontato (si pensi all'omicidio dei due bimbi affogati dalla madre a Gela nell'aprile 2010), la morte di bambini indifesi - questa sì, una costante - dovrebbe far scattare azioni costruttive dello Stato che vadano al di là delle (tentata) repressione.

La Prevenzione, laddove reprimere è impossibile (provate a reprimere un omicidio già avvenuto...), è la grande assente, in un sistema che ancora oggi discrimina il genitore "di sesso sbagliato" (il maschio), o si accanisce con il genitore "di sesso formalmente corretto" (la femmina) che si è macchiato del reato di "antipatia" nei confronti dell'assistente sociale di turno.

La Prevenzione comincia dalla Comprensione del problema e delle sue cause. In questi ultimi decenni ci si è concentrati sul concetto di "violenza di genere", e ciò ha prodotto una innegabile consapevolezza di un fenomeno prima diffuso, in cui molti uomini finivano col prevaricare molte donne.

Accanto a questi "molti", però, c'erano tante famiglie, la maggior parte di quelle del nostro Paese, dove la violenza domestica non entrava a far parte degli usi e costumi dei loro componenti, abituati come si era (e si è ancora) al rispetto reciproco. Tutti noi abbiamo vissuto una vita ricca di affetti, e abbiamo frequentato i nostri parenti più stretti, appartenenti alla nostra rete familiare più prossima.

Ebbene, quanti di noi possono dire che, all'interno delle rispettive famiglie, c'era un vissuto di violenza di alcuni dei suoi componenti ? Sono tanti o pochi ? Che informazioni abbiamo sulle persone a noi più vicine ? Gli zii, i nonni, i cugini...tutti riservatamente violenti dentro le mura domestiche, e perfettamente tranquilli al di fuori di esse ?

La violenza esiste, ma è di pochi, eppure l'Italia viene dipinta come un Paese dove puoi trovare uno stalker o un "femminicida" a ogni angolo di strada. Nessun italiano sa - ma lo faremo uscire fuori al più presto... -, che i dati sulla violenza domestica sarebbero stati gonfiati ad arte da una ricerca ISTAT supportata dalla "consulenza disinteressata" dei centri anti-violenza. Oggi quei dati (7.000.000 di donne vittime in Italia, ma gli ultimi aggiornamenti, passati inosservati per evidente e macroscopica sovrastima, parlavano di 10,3 milioni...) vengono sciorinati come la biancheria al sole d'estate.

Appena due settimane fa, l'on. Paola Concia si è lasciata scappare l'ennesimo riferimento alla bufala del secolo: "...voi lo sapete che la prima causa di morte delle donne in Italia è la violenza...!". Ebbene, premesso che la prima causa di morte delle donne è rappresentata dalle malattie cardio-vascolari, e i decessi causati da violenza rappresentano una percentuale stimabile attorno all' 1% del totale, le affermazioni come quelle riportate a Canale 5 dalla Concia servono a capire quanto siamo fuori strada, e quanto è distante la soluzione dei problemi.

Per anni si è studiato il fenomeno degli infanticidi che, come sappiamo, vengono commessi per la maggior parte dalle madri, e si è capito che questi fatti di sangue sarebbero da collegare ad una particolare condizione di disagio psichico delle donne. Gli studi sulla depressione post-partum e su altre patologie ha diretto le prassi giudiziarie verso risultati di notevole rilevanza sociale: la madre assassina di Gela, per esempio, non ha fatto un solo giorno di carcere, e adesso vive il suo dolore all'interno di una delle strutture specializzate nel recupero di soggetti che hanno vissuto la sua stessa colpa.

La Franzoni, come tutti sanno, ha ucciso il figlio di 3 anni, ha avuto una condanna mite e vede i propri figli regolarmente (1-2 volte a settimana, per più ore alla volta), e li vede anche più di molti genitori che frequentano i bambini, allontanati da provvedimenti assurdi di tribunali e servizi sociali, solo un'ora a settimana. La cronaca, poi, ci racconta di omicidi compiuti da mogli che uccidono perchè "esasperate" dal clima di violenza in cui presumibilmente vivevano. L'omicidio, anche se premeditato e non "d'impeto", viene dipinto come estremo atto di difesa e liberazione da un uomo estremamente violento.

E' un successo di civiltà consentire ad una madre che uccide i propri figli o il proprio marito/convivente di avere una seconda chance ?

Senza dubbio sì, con le dovute modalità e, laddove occorre, applicando le sanzioni previste dai nostri codici. Ma allora perchè non si effettuano i medesimi studi sui disagi psichici che colpiscono gli uomini, allorquando uccidono i figli o la propria moglie ? Perchè in Italia - e non solo da noi - non si esaminano a fondo le cause da cui derivano le azioni di chi statisticamente si macchia di atti di violenza fisica in misura maggiore ?

Nelle separazioni, gli operatori della Giustizia hanno o no una concreta responsabilità morale nell'assenza di una cultura della non-violenza in famiglia ? Perchè non si dà atto, finalmente, che lo stalking e l'aggressività non sono una prerogativa maschile ? Il Ministero Pari Opportunità, insieme a quello dell'Istruzione, stanno forse studiando il c.d. bullismo rosa ? Come mai, nonostante gli episodi di violenza compiuti dalle donne a danno degli uomini, non esistono centri antiviolenza che accolgano anche i secondi ?

E mentre cercavamo le risposte a queste domande, ad Avetrana si era subito gridato allo zio-orco, salvo poi scoprire che l'assassino era la cugina, ed il padre solo un povero contadino che voleva difendere, con una messinscena, l'amata figlia. Cosa è successo in quella famiglia, perchè si è arrivati a tanto ? La vicenda Scazzi ha portato alla luce un aspetto a cui i media non erano abituati a rispondere: le donne possono uccidere, e non certo perchè "in preda all'esasperazione".

Ma alla fine, ciò che emerge è sempre la "Verità Processuale", e raramente la "Verità Familiare". Gli inquirenti hanno bisogno di prove e, non sempre (quando la prova è evidente) di un movente. L'ambiente familiare in cui si è sviluppato il seme della violenza passa in secondo piano, e finisce con l'interessare solo chi scrive trattati di Criminologia.

La quadratura del cerchio, invece, passa da un approccio generalizzato verso la violenza in quanto tale, chiunque ne sia l'autore. Non ci può essere attività di prevenzione se prima non si conosce attentamente il territorio, la storia familiare e il contesto ambientale dove si sviluppano gli episodi di violenza.

Ciò servirebbe a individuare i c.d. modelli criminologici e a concepire le azioni che lo Stato può effettuare per limitare l'insorgenza di quegli episodi. Allo stesso scopo sarebbe necessario, all'interno di ogni contesto micro-territoriale, intervistare gli "opinion leaders di quartiere" (medici, farmacisti, negozianti, avvocati, parroci, consultori etc). Sono una risorsa preziosa, ma i servizi sociali si guardano bene dal collaborare con loro.

A queste necessità la nostra classe dirigente oppone le "politiche familiari di genere", e i dati ISTAT reperiti con metodologia taroccata da uno stuolo di strutture interessate più ai finanziamenti pubblici che alla tutela delle vittime.

Nelle prossime settimane la nostra attività di denuncia si arricchirà sempre più di stralci e immagini di atti giudiziari - quelli per i quali chi li ha redatti si è sempre schermato dietro una cronica "mancanza di notizia" - e di racconti ben documentati, inviati spontaneamente dai diretti interessati, di conversazioni intercorse tra operatrici dei servizi sociali e genitori, per lo più madri, vessate dal più classico dei ricatti:

"o fai come ti dico io o ti tolgo i figli".

Anche quella è violenza. Inaccettabile violenza.

Fonte: adiantum.it - Alessio Cardinale

CASO SCHEPP: IL TESTO DELLA LETTERA INEDITA

"Senza l’affidamento congiunto non ce la faccio!!  
 
Sono già completamente pazzo, malato, allo stremo, distrutto! Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho ricevuto come risposta questi avvocati di merda. Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, e… venire a Neuchatel era uno sforzo troppo grande per te, ed è stato per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!!!!!
Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo.

Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa…. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare. 
" 
Matthias 

Esclusiva Tgcom: la lettera di Matthias

Una lettera inedita scritta il 31 gennaio da Matthias Schepp alla moglie Irina. Del testo ne è venuto in possesso Remo Croci, giornalista di News Mediaset, e Tgcom ne anticipa il contenuto integrale in esclusiva. La missiva è stata scritta in francese. Matthias sfoga rabbia e delusione per il mancato affidamento congiunto di Alessia e Livia, incolpando la moglie stessa di non aver voluto incontrarlo per discutere.


[Fonte http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo503052.shtml]

CASO SCHEPP: COME VOLEVASI DIMOSTRARE... LA EX MOGLIE VOLEVA PRIVARLO DELLE FIGLIE E LUI E' IMPAZZITO DAL DOLORE!

Schepp: perdere le bambine è troppo

Esclusiva Tgcom: la lettera di Matthias

Una lettera inedita scritta il 31 gennaio da Matthias Schepp alla moglie Irina. Del testo ne è venuto in possesso Remo Croci, giornalista di News Mediaset, e Tgcom ne anticipa il contenuto integrale in esclusiva. La missiva è stata scritta in francese. Matthias sfoga rabbia e delusione per il mancato affidamento congiunto di Alessia e Livia, incolpando la moglie stessa di non aver voluto incontrarlo per discutere.

 

ECCO IL TESTO DELLA LETTERA INEDITA
"Senza l’affidamento congiunto non ce la faccio!!

 
Sono già completamente pazzo, malato, allo stremo, distrutto! Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho ricevuto come risposta questi avvocati di merda. Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, e… venire a Neuchatel era uno sforzo troppo grande per te, ed è stato per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!!!!!
Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo.

Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa…. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare. 
" 
Matthias 

[Fonte http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo503052.shtml]

martedì 8 febbraio 2011

Moduli predisposti per il falso condiviso. Lo scandalo parte dal tribunale di Civitavecchia

Carissimi Mara ed Angelino, forse vi siete distratti un attimo, ma qui le cose continuano a non andare per il verso giusto...Innanzitutto permetteteci di chiamarvi con il vostro nome di battesimo: la confidenzialità non vuole essere un gesto arrogante, ma solo il segnale affettuoso della stima che nutriamo per il fondamentale operato dei Ministeri da voi diretti. 

Intendevamo ricordare come i concetti di "Giustizia" e "Pari Opportunità", secondo cittadine e cittadini italiani, sembra proprio debbano essere abbinati a contenuti di alto profilo. 

Dopo aver avuto accesso ad un minimo di documentazione, bisogna riconoscere alla cittadinanza una profonda ragione: anche secondo il Dizionario Enciclopedico Garzanti, infatti, alla definizione “giustizia” troviamo: …dal latino justitia che a sua volta deriva da justus, "giusto", e questo da jus, “diritto”.
 
Scomodando la Carta Costituzionale, la voce “pari opportunità” è contemplata agli artt. 3, 37, 51 e 117, ove tra l’altro si legge: art. 3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, (…) È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli (…). art. 37) (…) la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini (…).
 
Alla luce di simili contenuti di alto profilo, unanimemente riconosciuti ed apprezzati, appare curioso ciò che accade all’interno dei Tribunali italiani. Per quanto riguarda separazioni e divorzi, infatti, i più elementari principi di “giustizia” e “pari opportunità” vengono quotidianamente disattesi. 

Senza prendere in considerazione la discrezionalità della magistratura, sempre opinabile nonché recente oggetto di aspre polemiche, qui si fa riferimento ad un dato oggettivo ed incontestabile quale la modulistica in uso. Per un iter separativo si compilano moduli standard - elaborati dagli stessi tribunali - allo scopo di velocizzare le procedure. Ogni sede può avere una sua modulistica: i prestampati non si rifanno ad un modello unico. 

Abbiamo raccolto una corposa documentazione, dalla quale emerge una singolare faziosità che abbatte con la scure il concetto stesso di imparzialità, fondamento imprescindibile tanto della Giustizia quanto delle Pari Opportunità. Un solo esempio, fra i tanti raccolti in archivio: 

Il Tribunale Ordinario di Civitavecchia (RM) prevede un verbale di comparizione dei coniugi così strutturato:
 
"il Presidente, dato atto di quanto sopra, decide in via provvisoria:
  1. autorizza i coniugi a vivere separati;
  2. affida la casa coniugale al ____________ con la facoltà per ____________ di prelevare gli effetti personali entro trenta giorni da oggi;
  3. affida il minore alla ____________ con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con se (modalità da specificare) .......................................................
  4. stabilisce che il marito versi alla moglie, per il mantenimento della stessa e dei figli, la somma mensile di _______________ , valutabile secondo gli indici ISTAT, da versare entro … etc.
Impossibile non constatare la macroscopica ipocrisia di fondo: mentre al punto 2) ci si preoccupa di mantenere una imparzialità almeno formale, al punto immediatamente successivo (il n. 3) l’imparzialità di facciata si sgretola miseramente, lasciando emergere come in realtà le decisioni siano standardizzate, prese ancor prima di istruire il procedimento.   

Al punto 2) infatti sono previsti degli spazi vuoti in corrispondenza della voce “affidamento della casa coniugale” ed in corrispondenza dell’altro coniuge che se ne deve allontanare. In realtà il termine corretto per l’immobile sarebbe “assegnazione”, ma dai nostri Tribunali non stiamo a pretendere troppa precisione, suvvia!

Quando il giudice assegna la casa alla moglie sarà il marito a prelevare gli effetti personali, e viceversa. Nessuna decisione preconfezionata, almeno apparentemente i concetti di “giustizia”e “pari opportunità” non vengono distrutti. 

A punto 3) c’è un bivio: inizialmente si continua a fingere imparzialità, seppure con un piccolo lapsus.
Persiste infatti lo spazio vuoto, lasciando credere che il giudice possa riempirlo come la circostanza richiederà; in realtà la preposizione articolata “della” lascia aperte solo opzioni al femminile, vale a dire che il giudice potrà scrivere “madre”, “nonna” o “zia”, non certo della padre, speriamo concorderete.  
Si tratta di un mero errore di battitura, magari ciclostilato migliaia di volte e mai riscontrato da nessun giudice, nemmeno compilando separazioni per anni ? 

No di sicuro, infatti lo stesso punto 3) prosegue dipanando la matassa, senza più lasciare spazio al dubbio. Infatti dopo l’ingannevole spazio vuoto per lasciar credere che decida il giudice, caso per caso, a chi vada affidata la prole, emerge prepotente la chiusura definitiva: è il padre che ha un diritto di visita regolamentato.
 
Non c’è alcuno spazio da riempire, per il modulo del Tribunale di Civitavecchia è sempre e solo il padre a dover vedere i propri figli con il timer. Ergo, non è previsto che sia il genitore affidatario, o "collocatario" in regime di (falso) affido condiviso. 

Il preconcetto discriminatorio, in un crescendo armonico perfezionato da una cesura perfetta, viene ulteriormente rafforzato al punto 4), ove risulta evidente che non esistono spazi da riempire al momento di stabilire le misure economiche.
 
Lui versa e lei riscuote, punto. Non è prevista una casistica differenziata, non è previsto che la moglie possa avere un reddito triplo rispetto al marito, non è previsto che lui possa essere un dipendente del suocero, possa aver perso il lavoro, essere in cassa integrazione, iscritto alle liste di collocamento o altro. 

Casi estremamente concreti, in Tribunale possono ignorarli ? 

La normativa prevede che l’assegno perequativo venga erogato “ove necessario”, per il modulo utilizzato a Civitavecchia “ove necessario” si è trasformato in “sempre”. Ovvio, visto che l’intero modulo è palesemente inquinato da una discriminazione di fondo. 

Ripetiamo, si tratta solo di un esempio. In archivio abbiamo altre aperte violazioni della norma vigente, dal genitore “collocatario”  al “mantenimento del tenore di vita”, e presto saranno oggetto di denunce adeguate.
In conclusione è lecito chiedersi come, visti i presupposti macroscopicamente vessatori, un genitore possa avvicinarsi al Tribunale sperando di trovarvi imparzialità, giustizia e pari opportunità. 

Carissimi Mara ed Angelino, non potete tollerare simili violazioni dei più elementari principi ai quali si conformano i vostri stessi mandati istituzionali. 

Sicuramente vi siete distratti, giusto un attimo.....
 

Fonte: adiantum.it - F. Nestola

domenica 6 febbraio 2011

Uccise la figlia con una coltellata: torna in carcere una 45enne di Morcone

6 anni e 8 mesi di reclusione
I Carabinieri di Morcone hanno tratto in arresto Esterina Cioccia, 45enne del luogo, per un provvedimento di carcerazione di espiazione pena definitiva emesso dalla Procura di Benevento. Si tratta di un provvedimento per una condanna, a seguito di rito abbreviato, del Tribunale di Benevento, confermato dalla Corte di Assise di Appello di Napoli e dichiarato definitivo dalla Corte Suprema di Cassazione, per l' espiazione di una pena di 6 anni e 8 mesi di reclusione che dovranno essere scontati in carcere. I fatti risalgono al 27 febbraio del 2008 quando la donna era in casa con la figlia Daniela Piccirillo, di 25 anni. Nel corso di una lite, la madre afferrò un coltello da cucina e colpì la giovane al petto che morì sul colpo. Esterina Cioccia che all’epoca fu arrestata e poi aveva già scontato un periodo di pena agli arresti domiciliari, ora dovrà rimanere in carcere fino all’ottobre del 2014.

[Fonte http://www.ilquaderno.it/uccise-figlia-con-una-coltellata-torna-carcere-una-45enne-morcone-55388.html]



Notizia correlata
Morcone: le indagini sull’omicidio, la madre della vittima è in carcere

sabato 5 febbraio 2011

Assassini e Suicidi tra i ragazzi. Troppa rabbia nei giovani adolescenti

Tra i giovani aumenta il disagio. Nella sola giornata di oggi si registrano tre fatti drammatici: una studentessa si e' impiccata nel bagno della scuola a Monterotondo; un ragazzo, in provincia di Lecce, si e' sparato all'addome perche' il papa' gli negava la playstation restando ferito gravemente; una minorenne  ha ucciso il padre a coltellate e lo ha fatto davanti alla madre e agli altri tre fratelli.  ''C'e' troppa rabbia tra i ragazzi'', commenta, in un'intervista,  lo psicoterapeuta dell'eta' evolutiva, Federico Bianchi di Castelbianco. 

Professore come spiega questi tre gesti di violenza? Cosa sta cambiando nella societa'? ''I bambini si sentono in credito e si comportano come se tutto fosse loro dovuto. Abbiamo cambiato la societa': oggi se i genitori non lavorano entrambi, non ce la fanno a campare . C'e' un cambio della filofofia della famiglia che ha effetti sui bambini: una volta, per esempio, tornavano alle 13 a casa, ora alle cinque. Sono spinti ad essere piu' autonomi quando ancora non lo sono. Prima si diceva loro 'ormai sei grande', ma lo si faceva a sedici anni', oggi a cinque, sei, quando si e' ancora immaturi'. Insomma, tutto questo e' il risultato dei ritmi frenetici della famiglia che non ha piu' la possibilita' di gestirsi nei ritmi e nei modi'. '

Secondo Bianchi di Castelbianco,  dunque, i fatti avvenuti oggi rispecchiano due situazioni diverse: una incpacita' nelle relazioni sociali per quanto riguarda la ragazza suicida, mentre gli altri due casi esprimono una forte rabbia verso sì il padre, ma anche verso tutti. ''Il gioco, insomma, ha fatto emergere la rabbia che c'era dentro'', dice ancora l'esperto, riferendo come nelle scuole siano aumentati i gesti violenti da parte dei ragazzi che ''sputano, danno calci e ultimamente anche le capocciate''. 

Fonte: ANSA

Stalking: un problema solo femminile?

La letteratura scientifica riferisce che nello stalking il numero oscuro è molto elevato. Solo una parte delle molestie assillanti viene infatti pubblicizzata da chi le subisce. Moltissime delle persone che ci circondano hanno avuto probabilmente nella loro vita qualcuno che non ha "digerito" la separazione e che ha tentato di riavvicinarsi, a volte anche in maniera insistente, molesta e sgradita. Ovviamente solo in un numero ridotto di casi questi comportamenti sono stati percepiti come stalking.

Su tale fenomeno permane comunque una notevole confusione. In primo luogo sul genere degli stalker e delle vittime. Nella maggior parte degli articoli divulgativi sul fenomeno stalking e purtroppo anche su diversi articoli scientifici si tende ad esempio a connotare lo stalker come maschio e la vittima come femmina. In realtà, coloro che possiedono anche solo un'infarinatura di cultura criminologica e in genere sulle Scienze Sociali dovrebbero affermare che lo stalker si manifesta statisticamente maggiormente come uomo e la vittima si manifesta statisticamente maggiormente come donna.

La cosa quindi è ben diversa. La riluttanza a pubblicizzare il fatto da parte dei soggetti maschi attraverso una denuncia, o la diversa interpretazione e significazione di un comportamento (più o meno molesto) è ovviamente soggettiva e legata alla cultura di "genere". E' notorio che i maschi vengono educati con principi culturali diversi rispetto alle femmine e spesso se si trovano una ex fidanzata sotto casa non fanno denuncia ma si vantano del fatto con gli amici al bar.

Diversi modelli culturali influiscono quindi sul livello di emersione di un fenomeno all'interno di generi diversi. Da Psicologo e da ricercatore sociale ritengo che se lo stalking è legato alla difficoltà di rielaborazione del lutto e alla bassa autostima e se tale difficoltà è equidistribuita tra maschi e femmine, evidentemente le vittime e gli autori di stalking potrebbero essere in percentuale del 50% tra maschi e femmine. Ma certamente le statistiche giudiziarie che riportano solo i reati scoperti (denunciati) e oggetto di procedimento penale non potranno mai darci una risposta. Un questionario anonimo distribuito a un campione randomizzato di popolazione forse potrebbe darci interessanti sorprese in merito.

Un altro elemento di confusione è generato a mio avviso dal mettere sempre in correlazione le violenze domestiche e lo stalking: il rischio di una confusione semantica, epistemologica, investigativa e clinica è assai frequente. Associare in modo lineare la violenza (fisica) sulle donne al fenomeno stalking è a mio avviso pericolosissimo. Una persona gretta e violenta per colpire un ex partner può agire comportamenti aggressivi, una persona intelligente e pianificatrice può agire comportamenti non violenti e più sottili.

Stiamo inoltre assistendo a una clinicizzazione esasperata del problema stalking. Non c'è tesi di laurea in area psicologica che non contenga una parte predominante nell'elaborato dedicata alla psicopatologia dello stalker. Non c'è letteratura scientifica recente in cui lo stalking non è correlato a disturbi di personalità gravi. Questa clinicizzazione è forse eccessiva. Moltissimi/e stalker risultano assolutamente normali. Alcune recenti sentenze in effetti hanno infine generato notevoli perplessità, sia rispetto a un eccessivo rigore su comportamenti poco gravi che rispetto a una insufficiente tutela della vittima da comportamenti obiettivamente persecutori.

Insomma, al di la delle ipocrisie mediatiche nei talk show forse sarebbe il caso di interrogarci se sul fenomeno stalking stiamo prendendo la strada giusta e se stiamo costruendo gli strumenti giuridici realmente efficaci per risolvere il problema. [Marco Strano]

Fonte: atlasorbis.it - www.crimilogia.org

venerdì 4 febbraio 2011

Situazione critica in Valle d'Aosta: deve essere garantita la parita' tra madre e padre

''In Valle d'Aosta l'affido condiviso dei figli non funziona: la legge del 2006 va applicata fino in fondo e dunque garantita la parita' tra madre e padre". Lo ha sostenuto oggi in una conferenza stampa organizzata ad Aosta il presidente dell'Associazione genitori separati per la tutela dei minori Ubaldo Valentini. 
''Procura, Tribunale e servizi sociali sono le cause di questa grave situazione - ha sottolineato Valentini - che in Valle d'Aosta emerge nella drammatica quotidianita' dei molti genitori separati in contatto con la nostra associazione''.

Numerose le richieste di cui Valentini si e' oggi fatto portavoce: sul piano giudiziario l'associazione chiede che la Procura ''senta entrambe le parti in causa, prima di emettere un decreto di allontanamento nei confronti dei padri'' e che il Tribunale ''emetta sentenze di affido condiviso, valutando con attenzione chi dei due genitori sia piu' idoneo alla gestione dei figli''.

All'associazione Genitori separati, inoltre, non piace il servizio di mediazione familiare promosso recentemente dalla Regione autonoma Valle d'Aosta: ''Piuttosto si stabilizzino a tempo pieno - ha aggiunto Valentini - gli assistenti sociali in servizio, dando loro una specifica formazione sulle separazioni''.

L'auspicio dell'associazione e' che ''le istituzioni preposte ritrovino la fiducia delle famiglie in crisi altrimenti i rischi sono seri''.

Per il presidente Valentini, infatti, ''l'adulto puo' arrivare all'autolesionismo mentre i figli in eta' pre-adolescenziale rischiano coinvolgimenti nella microcriminalita'''. ''Come associazione abbiamo stipulato delle tariffe agevolate con avvocati convenzionati ma e' il sistema giudiziario e politico che deve affrontare in modo piu' approfondito i singoli casi - ha proseguito Valentini - ponendo fine al business degli affidi familiari e del patrocinio gratuito''.

Fonte: ANSA

Bologna: condannato ad 8 anni per abuso di minore, assolto dopo 2 anni di carcere

Condannato a otto anni di carcere con l’accusa infamante di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 13 anni con problemi psichici, è rimasto in carcere per oltre due anni, dal 17 dicembre 2008, sino ad oggi quando la Corte di Appello di Bologna presieduta dal giudice Massari lo ha assolto facendolo tornare in libertà. E’ la vicenda di un tunisino di 47 anni, da quasi venti anni in Italia, titolare di una macelleria nel ravennate, difeso dagli avvocati Massimo Leone e Alessia Cuppini. 

Un anno fa i giudici del Tribunale di Ravenna lo condannarono, appunto, a otto anni. A metterlo nei guai era stata una denuncia fatta nell’agosto 2008 dalla madre del ragazzino, che pur avendo 13 anni, secondo gli esperti che lo hanno visto, ha una età mentale inferiore.

La madre aveva riferito che dopo uno strano comportamento del figlio lo aveva interrogato a lungo, circa quattro ore con rimproveri, per farsi dire che il macellaio e il figlio del macellaio, (minorenne e per il quale è ancora pendente un procedimento con la giustizia minorile), gli avevano usato violenza.

Quella del bambino è una famiglia proveniente da un altro paese del Maghreb, in Italia da non molti anni. Secondo l’accusa poi formulata dalla Procura di Ravenna, per due anni il padre e il figlio avrebbero abusato del ragazzino. Nessuno, fino alla denuncia della madre, si era accorto che fosse vittima di abusi, tra gli assistenti sociali e lo psichiatra infantile che lo seguivano. Lui aveva solo parlato di maltrattamenti dei genitori.
 
Il ragazzino venne sentito e venne affidata dal Gip di Ravenna una perizia con incidente probatorio (una anticipazione di una fase del dibattimento) ad un neuropsichiatra infantile. Il professore nella sua relazione, pur dicendo che non si poteva ricostruire come fossero andate le cose, ipotizzò la possibilità che fosse stato incoraggiato dalla madre a raccontare. Tra l’altro, per le sue condizioni, l’unico luogo dove veniva mandato da solo era la macelleria.

Visto che non c’era però una conclusione nel lavoro del neuropsichiatra, l’avv.Cuppini aveva chiesto in due occasioni ai giudici di primo grado di citarlo: il tribunale respinse la richiesta. Così il primo grado finì il 9 febbraio 2010 con la sentenza a 8 anni di carcere, oltre ad una provvisionale alle parti civili di 100.000 euro per il minore e 50 mila ad ogni genitore.

In appello gli avvocati Leone e Cuppini hanno chiesto la rinnovazione dibattimentale con l’audizione del neuropsichiatra per le conclusioni. La Corte ha accolto in parte la richiesta citando il professore, il quale ha riferito che il racconto del ragazzino poteva essere stato indotto. I bambini ripetono il racconto, che magari gli ha fatto qualcun altro, più che la loro esperienza.

Il Pg Luigi Perisco aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado. Dopo due ore di camera di consiglio i giudici di secondo grado hanno pronunciato l’assoluzione, per prova insufficiente o contraddittoria, annullando tutte le statuizioni per le parte civili.

”Ho sempre chiesto che venisse ascoltato il perito del giudice – ha sottolineato l’avv.Cuppini – Magari se fosse stato sentito in primo grado avrebbe potuto chiarire, evitando una condanna e un ulteriore anno di carcere per un innocente”.

Fonte: sassuolo2000.it