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domenica 13 febbraio 2011

"o fai come ti dico io o ti tolgo i figli". Anche questa è violenza. Inaccettabile violenza.

Gemelline, un sistema basato sulla sola verita´ processuale non previene i fatti di sangue

 

La scia di omicidi in ambito familiare a cui la cronaca ci ha abituati dice che, in Italia, si sta sbagliando tutto. E se il suicidio del genitore-carnefice non è affatto scontato (si pensi all'omicidio dei due bimbi affogati dalla madre a Gela nell'aprile 2010), la morte di bambini indifesi - questa sì, una costante - dovrebbe far scattare azioni costruttive dello Stato che vadano al di là delle (tentata) repressione.

La Prevenzione, laddove reprimere è impossibile (provate a reprimere un omicidio già avvenuto...), è la grande assente, in un sistema che ancora oggi discrimina il genitore "di sesso sbagliato" (il maschio), o si accanisce con il genitore "di sesso formalmente corretto" (la femmina) che si è macchiato del reato di "antipatia" nei confronti dell'assistente sociale di turno.

La Prevenzione comincia dalla Comprensione del problema e delle sue cause. In questi ultimi decenni ci si è concentrati sul concetto di "violenza di genere", e ciò ha prodotto una innegabile consapevolezza di un fenomeno prima diffuso, in cui molti uomini finivano col prevaricare molte donne.

Accanto a questi "molti", però, c'erano tante famiglie, la maggior parte di quelle del nostro Paese, dove la violenza domestica non entrava a far parte degli usi e costumi dei loro componenti, abituati come si era (e si è ancora) al rispetto reciproco. Tutti noi abbiamo vissuto una vita ricca di affetti, e abbiamo frequentato i nostri parenti più stretti, appartenenti alla nostra rete familiare più prossima.

Ebbene, quanti di noi possono dire che, all'interno delle rispettive famiglie, c'era un vissuto di violenza di alcuni dei suoi componenti ? Sono tanti o pochi ? Che informazioni abbiamo sulle persone a noi più vicine ? Gli zii, i nonni, i cugini...tutti riservatamente violenti dentro le mura domestiche, e perfettamente tranquilli al di fuori di esse ?

La violenza esiste, ma è di pochi, eppure l'Italia viene dipinta come un Paese dove puoi trovare uno stalker o un "femminicida" a ogni angolo di strada. Nessun italiano sa - ma lo faremo uscire fuori al più presto... -, che i dati sulla violenza domestica sarebbero stati gonfiati ad arte da una ricerca ISTAT supportata dalla "consulenza disinteressata" dei centri anti-violenza. Oggi quei dati (7.000.000 di donne vittime in Italia, ma gli ultimi aggiornamenti, passati inosservati per evidente e macroscopica sovrastima, parlavano di 10,3 milioni...) vengono sciorinati come la biancheria al sole d'estate.

Appena due settimane fa, l'on. Paola Concia si è lasciata scappare l'ennesimo riferimento alla bufala del secolo: "...voi lo sapete che la prima causa di morte delle donne in Italia è la violenza...!". Ebbene, premesso che la prima causa di morte delle donne è rappresentata dalle malattie cardio-vascolari, e i decessi causati da violenza rappresentano una percentuale stimabile attorno all' 1% del totale, le affermazioni come quelle riportate a Canale 5 dalla Concia servono a capire quanto siamo fuori strada, e quanto è distante la soluzione dei problemi.

Per anni si è studiato il fenomeno degli infanticidi che, come sappiamo, vengono commessi per la maggior parte dalle madri, e si è capito che questi fatti di sangue sarebbero da collegare ad una particolare condizione di disagio psichico delle donne. Gli studi sulla depressione post-partum e su altre patologie ha diretto le prassi giudiziarie verso risultati di notevole rilevanza sociale: la madre assassina di Gela, per esempio, non ha fatto un solo giorno di carcere, e adesso vive il suo dolore all'interno di una delle strutture specializzate nel recupero di soggetti che hanno vissuto la sua stessa colpa.

La Franzoni, come tutti sanno, ha ucciso il figlio di 3 anni, ha avuto una condanna mite e vede i propri figli regolarmente (1-2 volte a settimana, per più ore alla volta), e li vede anche più di molti genitori che frequentano i bambini, allontanati da provvedimenti assurdi di tribunali e servizi sociali, solo un'ora a settimana. La cronaca, poi, ci racconta di omicidi compiuti da mogli che uccidono perchè "esasperate" dal clima di violenza in cui presumibilmente vivevano. L'omicidio, anche se premeditato e non "d'impeto", viene dipinto come estremo atto di difesa e liberazione da un uomo estremamente violento.

E' un successo di civiltà consentire ad una madre che uccide i propri figli o il proprio marito/convivente di avere una seconda chance ?

Senza dubbio sì, con le dovute modalità e, laddove occorre, applicando le sanzioni previste dai nostri codici. Ma allora perchè non si effettuano i medesimi studi sui disagi psichici che colpiscono gli uomini, allorquando uccidono i figli o la propria moglie ? Perchè in Italia - e non solo da noi - non si esaminano a fondo le cause da cui derivano le azioni di chi statisticamente si macchia di atti di violenza fisica in misura maggiore ?

Nelle separazioni, gli operatori della Giustizia hanno o no una concreta responsabilità morale nell'assenza di una cultura della non-violenza in famiglia ? Perchè non si dà atto, finalmente, che lo stalking e l'aggressività non sono una prerogativa maschile ? Il Ministero Pari Opportunità, insieme a quello dell'Istruzione, stanno forse studiando il c.d. bullismo rosa ? Come mai, nonostante gli episodi di violenza compiuti dalle donne a danno degli uomini, non esistono centri antiviolenza che accolgano anche i secondi ?

E mentre cercavamo le risposte a queste domande, ad Avetrana si era subito gridato allo zio-orco, salvo poi scoprire che l'assassino era la cugina, ed il padre solo un povero contadino che voleva difendere, con una messinscena, l'amata figlia. Cosa è successo in quella famiglia, perchè si è arrivati a tanto ? La vicenda Scazzi ha portato alla luce un aspetto a cui i media non erano abituati a rispondere: le donne possono uccidere, e non certo perchè "in preda all'esasperazione".

Ma alla fine, ciò che emerge è sempre la "Verità Processuale", e raramente la "Verità Familiare". Gli inquirenti hanno bisogno di prove e, non sempre (quando la prova è evidente) di un movente. L'ambiente familiare in cui si è sviluppato il seme della violenza passa in secondo piano, e finisce con l'interessare solo chi scrive trattati di Criminologia.

La quadratura del cerchio, invece, passa da un approccio generalizzato verso la violenza in quanto tale, chiunque ne sia l'autore. Non ci può essere attività di prevenzione se prima non si conosce attentamente il territorio, la storia familiare e il contesto ambientale dove si sviluppano gli episodi di violenza.

Ciò servirebbe a individuare i c.d. modelli criminologici e a concepire le azioni che lo Stato può effettuare per limitare l'insorgenza di quegli episodi. Allo stesso scopo sarebbe necessario, all'interno di ogni contesto micro-territoriale, intervistare gli "opinion leaders di quartiere" (medici, farmacisti, negozianti, avvocati, parroci, consultori etc). Sono una risorsa preziosa, ma i servizi sociali si guardano bene dal collaborare con loro.

A queste necessità la nostra classe dirigente oppone le "politiche familiari di genere", e i dati ISTAT reperiti con metodologia taroccata da uno stuolo di strutture interessate più ai finanziamenti pubblici che alla tutela delle vittime.

Nelle prossime settimane la nostra attività di denuncia si arricchirà sempre più di stralci e immagini di atti giudiziari - quelli per i quali chi li ha redatti si è sempre schermato dietro una cronica "mancanza di notizia" - e di racconti ben documentati, inviati spontaneamente dai diretti interessati, di conversazioni intercorse tra operatrici dei servizi sociali e genitori, per lo più madri, vessate dal più classico dei ricatti:

"o fai come ti dico io o ti tolgo i figli".

Anche quella è violenza. Inaccettabile violenza.

Fonte: adiantum.it - Alessio Cardinale

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