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sabato 30 aprile 2011

Figli di separati e i fratellini dai nuovi compagni dei genitori. Relazioni spesso difficili

Sono alla 16sima settimana di una gravidanza voluta. il mio compagno è separato da 6 anni ed ha un figlio (MATTEO) di 8 e mezzo che conosco e frequento regolarmente da ormai 4 anni. IO E Matteo, sin dall'inizio abbiamo instaurato un buon rapporto basato per lo più sul gioco.

Da un annetto circa, ha però cambiato atteggiamento con me, a volte è come se la mia presenza lo irritasse, un giorno mi ha confessato che è perchè lui vorrebbe i genitori insieme. Premetto che anche la mamma ha un compagno e da un mese circa convivono.

Matteo ha rapporti con il papà quotidiani e ha sviluppato una forte gelosia nei suoi confronti, in modo speciale se si affronta l'argomento del dormire, Matteo vuole che il papà, se lui non c'è, dorma da solo, io ci posso essere solo quando c'è lui. Ora che sono al 4 mese inoltrato di gravidanza io e il papà abbiamo una fortissima paura di dire al piccolo della sorellina che tra un pò verrà, crediamo non l'accetterà mai. Posso chiedere una mano ?

RISPOSTA: Gentile Signora, innanzitutto ci tengo a precisare che ogni bambino, reagisce in modo diverso alla separazione di mamma e papà (ed al successivo compagno del genitore) ed è molto difficile stabilire cosa stia accadendo a Matteo, senza poterlo conoscere.

In linea generale però, posso fare alcune ipotesi: il fatto che Matteo abbia stabilito fin dall'inizio un buon rapporto con lei e che poi l'anno scorso abbia cominciato ad essere irritato nei suoi confronti, può fare riferimento al senso di colpa. Probabilmente Matteo, da quando l'ha conosciuta, si è sempre più trovato bene con lei, fino al punto da sentirsi in colpa perchè provava sentimenti molto forti.

Capita che i bambini, si sentano in colpa nei confronti del genitore dello stesso sesso del nuovo compagno, perchè ancora, data l'età, non riescono a far convivere nella loro mente, le due persone con ruoli diversi, ed a gestire sentimenti forti e simili. Per questo motivo è importante parlare con il bambino e spiegargli che il bene non è come una torta, che si divide, ma che può crescere e nascere per molte persone.

E' poi fondamentale spiegare i ruoli familiari: mamma e papà saranno sempre mamma e papà.

E' motivo di serenità per i bambini, "inventare" una parola che significhi un ruolo ben preciso dei nuovi compagni, come per esempio "tati". Spesso i bambini vanno in confusione, perchè nella nostra società, non ci sono dei ruoli precisi da dare ai nuovi compagni dei genitori. Per i bambini è molto rassicurante sapere che certe persone sono "nonni", perchè ogni nonno ha certe caratteristiche. E' molto complicato per un bambino, capire che una persona vuole bene a papà, ma non è la mamma e che anche loro possano volergli bene, senza per questo sostituire la compagna alla mamma.

Sarebbe importante che anche la mamma di Matteo, collaborasse in questo processo di sua rassicurazione, dicendogli che "va bene" che voglia bene alla compagna di papà e che provi sentimenti forti come per gli zii o i nonni.

Per quanto riguarda il fattore del dormire, probabilmente è legato a questa confusione del bambino: prova disagio e cerca di sistemare la situazione a modo suo, definedo delle regole pratiche perchè non è capace di fare ordine nei sentimenti.

L'arrivo della futura sorellina, sicuramente sarà un momento difficile sia per Matteo che per voi; l'arrivo di un fratello/sorella è un momento delicato e complesso anche quando i genitori non sono separati e quindi anche in questo caso, sono fondamentali il dialogo con Matteo e la collaborazione della sua mamma; ogni bambino reagisce anche in questo caso in modo diverso, quindi prima di tutto sentite cosa ne pensa Matteo e poi intervenite di conseguenza.

Non conoscendo il bambino comunque, le mie considerazioni, sono molto generiche. Vi consiglio pertanto, in caso di difficoltà, di consultare una psicologa dello sviluppo che conoscendo Matteo attraverso giochi e disegni, saprà darvi dei suggerimenti più mirati e precisi.
 
Dr.ssa Giulia Puccinelli

Fonte: www.easybaby.it - dr.ssa Giulia Puccinelli

venerdì 29 aprile 2011

Telefono Azzurro e la campagna filonazista contro i padri

All'indomani dalla pubblicazione della campagna shock di Telefono Azzurro - smaccatamente contro il genere maschile e, sopratutto, contro i padri - rimane molta rabbia e un bel pò di interrogativi. 

La campagna filonazista (perché discriminatoria)
contro i padri. Una delle tante manifestazioni del
femminazismo denunciato da magistrati spagnoli e
che ha attraversato e devastato l'Occidente.
Il primo è di natura squisitamente "pratica": cui prodest ? Chi può trarre vantaggio da uno spostamento così marcato dei messaggi al pubblico ? Qualunque esperto di comunicazione e marketing, interpellato sulla questione, risponderebbe "qualcun altro, di certo non l'azienda che lo propone". Ed è proprio questo il nodo centrale della questione: chi è il "qualcun altro" a cui l'organizzazione del prof. Caffo ha dato ascolto, e per quale oscuro motivo ?

Basta questo a porre una forte riserva sulla credibilità complessiva di questa associazione, che oggi appare asservita (e assertiva...) a logiche di natura politica, più che pratica.
E da qui, di conseguenza, andiamo dritti agli interrogativi di natura prettamente politica: quale partito-movimento-formazione prenderebbe vantaggio da una simile visione del problema dei maltrattamenti ai bambini ?

Difficile dirlo, ma di certo Telefono azzurro, almeno nell'ultimo anno, avrebbe stretto rapporti intensi proprio con il Ministro Maria Rosaria Carfagna, la quale - è risaputo ed è ampiamente documentabile - fin dall'inizio del suo mandato avrebbe intepretato il suo ruolo in maniera diametralmente opposta a quanto previsto dalla sua funzione: da ministro della Pari Opportunità (tra donne e uomini) a ministro dei soli cittadini di sesso femminile. L'"incidente" del numero verde 1522, e l'ormai famoso tormentone legge-sullo-stalking-una-legge-per-le-donne la dicono lunga sull'argomento.

Caffo-Carfagna, dicevamo. E' solo una ipotesi, ma basta scorrere le pagine della Rete per vedere come il ministro sia scesa in campo, nel 2010, a sostegno di Caffo. Il 23 marzo 2010 la Carfagna, in visita a Napoli presso il “Centro territoriale per l’intervento in rete a sostegno dei bambini e degli adolescenti” gestito da Telefono Azzurro, affermava “La tutela dei minori è un tema che va affrontato al di là di ogni ideologia politica”.

La circostanza non è di poco conto. Un mese prima, infatti, aveva destato non poche proteste il licenziamento di 25 operatori qualificati . Si trattava di psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti e giuristi che erano stati impegnati nel servizio "114 Emergenza Infanzia". L’associazione li aveva integralmente sostituiti con volontari del servizio civile, e gli ex dipendenti di telefono azzurro, in maggioranza donne, chiedevano "tutela per il proprio posto di lavoro e per la qualità di un servizio volto alla salvaguardia dei minori, basato sulla capacità tecnica dell’ascolto, sollecitano "chiarezza sulla gestione economica» dell’associazione. Telefono Azzurro dichiarava la «non sostenibilità economica del servizio, ignorando la proroga tecnica di 400 mila euro concessa e finanziata dal ministero per le Pari opportunità». Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, chiedeva di "fare chiarezza e di mettere in atto gli opportuni interventi per salvaguardare la professionalità dei dipendenti esperti».

In quei frangenti, Mimma Calabrò, segretario regionale Fisascat Cisl della Sicilia, tuonava «La convenzione fra Telefono Azzurro e il ministero delle Pari opportunità è scaduta il 31 dicembre, ma il ministero ha concesso la proroga di altri quattro mesi e nella proroga è incluso il budget per il pagamento degli stipendi degli operatori: invece Telefono Azzurro continua ad offrire il servizio, ma attraverso i volontari del servizio civile. Questa mi sembra una violazione in piena regola». Il consigliere comunale di Palermo Nadia Spallitta, appartenente al gruppo consiliare "una altra storia", affermava "..Ritengo poco corretto il comportamento assunto dall'organizzazione nei confronti dei lavoratori che da anni assistono i minori con passione e professionalità e, probabilmente, sussistono anche gli elementi di diritto per procedere con la revoca della concessione di un immobile confiscato alla mafia di cui oggi l'ente beneficia".

Pochi mesi dopo, dei 25 operatori licenziati non si sa più nulla. Dopo settimane di protesta, durante le quali hanno invocato un intervento della Carfagna, essi si sono stancati. La convenzione tra Telefono Azzurro e il Ministero P.O. pare sia ancora in piedi, e non poche sono state le occasioni in cui l'organizzazione azzurra sia intervenuta pubblicamente insieme alla ministra.

Ad un anno dalla vicenda, ecco che la campagna per il 5 x 1000 si tinge improvvisamente di rosa.

Forse un debito di riconoscenza verso la Carfagna ? 

Fonte:adiantum.it

domenica 24 aprile 2011

Donna di Forlì subiva violenze dalla compagna. Botte, spintoni e minacce.

Le protagoniste della storia sono due donne: una 27enne romena, l’aggressore, ed una 28enne forlivese, la vittima della violenta gelosia.

La loro storia d’amore era nata verso la fine del 2008.

Le donne, entarmbe fidanzate, si erano conosciute nel bar in cui lavorava la straniera.
Presa confidenza, la ragazza rumena raccontò la sua penosa situazione famigliare, essendo accompagnata ad un marito violento.

Col tempo la donna l’italiana decise di invitare l’amica a trasferirsi nella sua abitazione, in cui viveva insieme al fidanzato.

In poco tempo scoprirono una certa passione l’una per l’altra, perciò presto liquidarono il ragazzo e si trasferirono in una nuova zona in zona cominciando una nuova vita insieme.

Una volta trasferitesi, la romena cambia un poco alla volta atteggiamento: la gelosia la massacra e comincia a privare della libertà la sua compagna. La forlivese non può più uscire da sola, la romena l’accompagna ovunque va, persino all’università.


Dalla violenza psicologica si passa a quella fisica. Botte, spintoni e minacce. La romena sosteneva di aver fatto corsi militari in patria e promettendo maggiori dolori alla compagna ne otteneva il silenzio.

Omertà e amore ma non per sempre. All’ultima aggressione la forlivese ha deciso di dire basta.

Dicendo di andare dal medico ha invece deciso di recarsi in Commissariato per sporgere denuncia. Gli agenti l’hanno condotta al pronto soccorso dove i medici, preoccupati per il suo stato fisico, l’hanno dimessa con 8 giorni di prognosi.

Immediata la denuncia e l’assegnazione dell’inchiesta al Pm Marco Forte. A breve l’ordinanza del gip Rita Chierici di vietare alla colpevole la frequentazione dei luoghi della ex fidanzata.

Fonte: www.notiziegay.it

Violenza e abuso nelle coppie lesbiche più frequenti che nelle coppie etero

Solo da poco tempo si comincia a parlare della violenza domestica e dei conflitti all’interno della coppia lesbica, sui rapporti fra denaro e potere, o sui problemi relativi ai compiti domestici.





Ad esempio, a Toronto è attivo un Centro di Consulenza per le lesbiche e i gay. I consulenti di questo Centro hanno cominciato a ricevere un numero sempre maggiore di donne che denunciavano casi di violenza all’interno delle loro relazioni omosessuali, tanto che si è reso necessario costituire dei gruppi di sostegno per lesbiche abusate dalle loro partner.

Il Centro, per valutare l’entità del problema, ha distribuito 550 questionari a donne lesbiche, ottenendo 189 risposte. Le domande riguardavano eventuali maltrattamenti subiti all’interno della relazione lesbica, i tipi di violenza a cui le donne erano state esposte, le reazioni della comunità, i servizi ai quali esse avevano potuto accedere, ecc.

Questa indagine, ha rilevato che il 30% dei soggetti intervistati ritiene che l’omofobia e isolamento sociale nel quale le coppie lesbiche vivono, siano fattori capaci di alimentare la violenza domestica.

In oltre anche le donne possono essere cresciute in famiglie maltrattanti, con modelli genitoriali violenti e possono avere delle concezioni razziste nei confronti di altre donne o avere sete di potere così come il desiderio di una posizione dominante nella loro relazione di coppia.
Esempi di violenza e di abuso segnalati dal Centro di Toronto sulla violenza domestica nella coppia lesbica: pestaggi, calci, schiaffi, strangolamento, morsi, ustioni, spinte, lancio di oggetti, limitazione del cibo o del sonno, limitazione della libertà della partner o della mobilità, nel caso di una partner disabile; controllo finanziario, furto di denaro, distruzione di beni o effetti personali.

Maltrattamenti psicologici riportati: critiche eccessive e ripetute, umiliazione e atti di sfida, insulti, espressioni di disprezzo, maltrattamento di animali domestici, ecc.

Esistono poi degli abusi sessuali veri e propri: rapporti sessuali forzati, aggressioni sessuali, ecc.
L’indagine del Centro di Toronto rileva che il 66% delle donne (125 su 189 intervistate) ha sentito parlare di lesbiche abusate dalla loro partner e che 37 soggetti, fra i 189 intervistati, ritiene di aver subito abusi dalla propria compagna, soprattutto di tipo psicologico.

Tra i casi in esame, 20 hanno riferito abusi fisici e psicologici e 4 hanno subito aggressioni a sfondo sessuale nella coppia.

Tra le donne che hanno ammesso di aver subito abusi nei loro rapporti, il 38% ha consultato un consulente per imparare a reagire alla violenza. Poche donne si sono rivolte ai tradizionali servizi medici, sociali o legali. Per esempio, nessuna delle intervistate si è rivolta a linee telefoniche di supporto, a rifugi per donne maltrattate o alle forze di polizia. Solo 6 donne (16%) tra coloro che avevano riconosciuto manifestazioni di violenza nel loro rapporto, ha cercato l’aiuto di medici e servizi legali.

Va tenuto presente il dato non secondario che questo campione, limitato e non rappresentativo della popolazione generale, comprende solo donne lesbiche, senza disabilità fisica, bianche e di buon livello sociale ed economico. E’ prevedibile che in gruppi maggiormente svantaggiati i dati possano essere ben peggiori.

Come nelle coppie eterosessuali, la maggior parte delle donne abusate nella coppia lesbica, ritiene di aver provocato tali reazioni da parte della compagna e si sente in colpa per non essere stata capace di creare un buon rapporto di coppia: ansia, tensione, mancanza di energia, depressione, insonnia, cambiamenti nell’appetito, sensi di inferiorità o indegnità sono i vissuti più frequentemente sperimentati. Alcune donne hanno una cattiva immagine di sé in quanto lesbiche: anche per questo non hanno il coraggio di denunciare gli abusi, temendo che la divulgazione di tali notizie possa aumentare lo stigma sociale sulla loro coppia lesbica.

Questa ricerca è stata proposta a Toronto, ma sono convinta che ovunque, anche qui in Italia potremmo riscontrare simili risultati. Donne, vi invito farvi sentire, non rimante sole nella vostra situazione, ci sono moltissimi modi per farvi aiutare….

 [http://www.lesboblog.it/blog/2009/07/27/violenza-e-abuso-nelle-coppie-lesbiche/ ]

mercoledì 20 aprile 2011

Mediazione civile: tutte le bugie raccontate sul suo conto da una certa avvocatura

Il D.Lgs. 28/2010 e il D.M. 180/2010 hanno introdotto e regolamentato il nuovo istituto giuridico della MEDIAZIONE CIVILE E COMMERCIALE. Lo strumento è finalizzato a risolvere una controversia civile prima che arrivi in tribunale o a porvi fine se è già iniziata. 

La mediazione civile può essere facoltativa: riguardo ai diritti disponibili, quindi, si ha sempre la possibilità di avvalersi un mediatore piuttosto che intentare causa in tribunale. E’ invece obbligatoria prima di agire in giudizio per questioni riguardanti particolari materie indicate dalla legge (diritti reali, locazione, comodato, affitto d'azienda, divisioni, successioni ereditarie, responsabilità medica, diffamazione, contratti assicurativi, bancari e finanziari; dal 2012 anche per condominio e danni da circolazione di veicoli e natanti). Infine, può essere demandata dal giudice.

Nell’ambito della mediazione civile, la legge definisce espressamente i concetti fondamentali di:
mediazione (l’attività svolta da un terzo finalizzata a risolvere una controversia);
mediatore (il soggetto qualificato che svolge la mediazione);                   
organismo di mediazione (l’ente pubblico o privato presso il quale si svolge);
conciliazione (l’eventuale risultato positivo della mediazione).

Come strumento di risoluzione delle controversie, la mediazione civile è oggettivamente più semplice, più veloce e più economica rispetto a una causa civile. Infatti, visti gli ottimi risultati già ottenuti all’estero, è stata introdotta nel nostro Paese allo scopo di far diminuire il numero di cause civili da far giungere in tribunale e poter smaltire così l’enorme arretrato giudiziario esistente.

Sono in tantissimi a ritenere questo rivoluzionario strumento molto valido e in grado di far raggiungere ottimi risultati. Le uniche persone che sono contrarie alla mediazione civile sono quelle che hanno l’interesse, soprattutto economico, a lasciare la giustizia civile italiana nella grave situazione in cui si trova. Tant’è che esse hanno dato libero sfogo alla fantasia elaborando una serie di falsità e bugie sulle quali è opportuno fare chiarezza.
 
NON E’ VERO CHE LA MEDIAZIONE CIVILE SI CHIAMI “MEDIA-CONCILIAZIONE
Il termine “media-conciliazione” è stato inventato da coloro che sono ostili alla riforma per ridicolizzarla e per creare confusione. Infatti, è usato in prevalenza da costoro. Fonti anche molto autorevoli si sono già espresse sull’inesattezza di questo nome e sul fatto che contrasti con le definizioni dettate dalla legge (Guida al Diritto del 7 marzo 2011). Non a caso, il Ministero della Giustizia utilizza soltanto i nomi mediazione civile oppure mediazione civile e commerciale.
 
NON E’ VERO CHE LA MEDIAZIONE CIVILE ALLUNGHI I TEMPI PER OTTENERE GIUSTIZIA
Per legge, il procedimento di mediazione può avere una durata massima di 4 mesi. Quindi, un tempo sufficiente per gestire in modo appropriato una questione e per tentare di risolvere definitivamente la controversia, ma di gran lunga inferiore ai 9 anni di durata media di una causa civile in Italia.
 
NON E’ VERO CHE LA MEDIAZIONE CIVILE VADA A “PRIVATIZZARE LA GIUSTIZIA”
Il ricorso al tribunale è sempre possibile ma, su alcune materie, soltanto dopo aver fatto un ultimo tentativo per arrivare a una conciliazione: la mediazione civile, appunto, la quale si può svolgere presso organismi di mediazione,sia privati che pubblici, scelti liberamente. Inoltre, il mediatore civile non è un giudice, quindi non stabilisce chi ha ragione e chi ha torto, ma aiuta le parti a trovare una soluzione che sia in grado di soddisfare entrambe.
 
NON E’ VERO CHE LA MEDIAZIONE CIVILE ABBIA UN COSTO DI 9200 EURO
Il compenso del mediatore è proporzionato al valore della lite. E’ pari a 9200 euro soltanto per le controversie di valore superiore a 5 MILIONI di euro (!) Per ogni tipo di controversia, comunque, il costo della mediazione civile non soltanto è sempre certo, ma è di gran lunga inferiore a quanto si spenderebbe intentando una causa civile. Inoltre, la mediazione prevede agevolazioni e ulteriori riduzioni, ed è gratuita per chi non può permettersela.
 
NON E’ VERO CHE LA MEDIAZIONE CIVILE SIA UN COSTO AGGIUNTIVO SENZA GARANZIE
La mediazione civile ha costi e tempi certi prestabiliti dalla legge. Invece, una causa civile ha una durata molto più lunga e sempre incerta (la media nazionale è di 9 anni), e un costo sicuramente maggiore e di ammontare indeterminato. Quanto alle garanzie, intentare causa in tribunale non significa avere la garanzia di vincere o di ottenere giustizia. Tutt’altro. In sede di mediazione civile, invece, è altamente probabile che le parti, interagendo tra di loro e con il mediatore, possano individuare una soluzione che soddisfi tutti in modo veloce ed economico.
 
Per avere una conferma sui dati qui riportati e per maggiori informazioni riguardanti la mediazione civile, visitare il sito del Ministero della Giustizia [ www.giustizia.it]

Fonte: http://www.atnews.it/2011/04/19/leggi-notizia/argomenti/attualita-1/articolo/la-mediazione-civile-secondo-vivinsieme-troppe-bugie.html

Anche i giudici minorili preoccupati per il DDL 957. Il dibattito smaschera i nemici delle famiglie

Dopo la sparata dell'OUA, anche l'AIMMF (Associazione magistrati per i minorenni e per la famiglia) decide di partecipare al festival delle banalità e dei luoghi comuni in materia di affidamento condiviso. ”Forte preoccupazione per i contenuti del disegno di legge sull’affido condiviso in discussione al Senato viene espresso dall'Aimmf, che elenca tutti i motivi secondo i quali il provvedimento più che attuare una ”bigenitorialità condivisa” rischia di realizzare ”figli divisi”, ”mettendo in secondo piano l’interesse superiore del minori". "Tre i punti che appaiono ispirati da una ”visione adultocentrica ed economicistica delle relazioni familiari”: la ”suddivisione” dei tempi di vita del figlio in maniera ”tendenzialmente paritetica” tra i due genitori; il doppio riferimento abitativo, per cui ”il figlio dovrebbe fare il pendolare tra le case dei due genitori e avere una doppia residenza”; la cura del figlio attraverso la ”predeterminazione meticolosa di capitoli di spesa rigidamente ripartiti tra i due genitori”.

Da tempo andiamo ripetendo che i giudici minorili non dovrebbero occuparsi di separazioni, vista la profonda arretratezza culturale che traspare dalle migliaia di decreti (e dalle prassi legate ancora a quelle in vigore nel periodo fascista) che negli anni abbiamo ricevuto e che descrivono un quadro desolante di malagiustizia familiare.

Il comunicato di Joseph Moyersoen e Laura Laera, rispettivamente segretario generale e presidente dell’Aimmf, consinua così: ”Viene imposta per legge la divisione del tempo dei figli minori in misura eguale presso ogni genitore, senza alcuna distinzione dell’età dei figli stessi (concetto preso in prestito, testualmente, dalla dichiarazione di De Tilla dell'OUA)  e senza alcuna considerazione delle loro esigenze di vita sotto il profilo materiale e psicologico e della specificità di ogni singolo caso”. E ancora: "sempre per legge si vorrebbe imporre ”una formale e presunta parità economica dei genitori senza alcun riferimento alla diversità delle loro condizioni reddituali e patrimoniali in concreto, avvantaggiando in tal modo ingiustificatamente il genitore economicamente più forte”.
Per concludere, L’Aimmf afferma che ”preoccupazione” suscita la legittimazione attiva dei nonni a proporre nel giudizio di separazione la domanda relativa al loro autonomo diritto di visita, ”destinata ad accentuare la conflittualità familiare”.

A nostro avviso, si tratta di una vera e propria dichiarazione di guerra alle famiglie italiane che, a loro dire, si vorrebbero proteggere da un disegno di legge che fa paura solo a chi teme di perdere il potere.
 
Per altri versi, mettendo da parte i luoghi comuni di cui abbonda il comunicato, queste affermazioni sono gravi sia nel merito che nella legittimità. I magistrati - tutti, anche quelli minorili - sono "tenuti soltanto alla legge", e non dovrebbero invadere il potere legislativo. Il fatto che lo faccia un'associazione non cambia la sostanza: sempre giudici sono, e dovrebbero, appunto, limitarsi ad accogliere di buon grado una legge che solo il Parlamento può emanare, applicandola e, laddove serve, interpretandola al fine di diffondere nella Giurisdizione la volontà del Legislatore.

La circostanza, poi, che tale "conflitto di potere" venga agito in via preventiva su di un disegno di legge rappresenta un fatto ancor più grave, perchè presuppone la volontà di influenzare il processo di formazione di una legge. Tutto questo, Joseph Moyersoen e Laura Laera dovrebbero saperlo, così come lo sanno all'ANM. Ma tant'è, e continuano a violare la Costituzione.

AIAF, OUA, AIMMF...non sono soltanto lettere dell'alfabeto, ma una compagine coesa e unita da tanti interessi. Se il DDL 957 ha già fatto qualcosa di buono, è l'aver costretto i nemici delle famiglie italiane ad uscire allo scoperto e dichiarare in anticipo la loro linea difensiva.

Non è molto, ma è un piccolo vantaggio che sapremo usare bene. Sopratutto dopo l'eventuale riforma della responsabilità civile dei magistrati.

Fonte: adiantum.it

lunedì 18 aprile 2011

La Nuova Polizia del Pensiero - The New Thought Police: Inside the Left's Assault on Free Speech and Free Minds

Il negazionismo si serve sempre di mezzi bizzarri e assai fantasiosi per tentare di raggiungere i propri scopi. E mentre le neofemministe (leggi pure femminaziste) cercano di portare avanti la loro CALUNNIA contro il genere MASCHI-le, in America già si parla de LA NUOVA POLIZIA DEL PENSIERO. Una sorta di censura utile per negare, tra l'altro,  l'esplosione della violenza femminile.




Il libro, per chi ha la possibilita' di cavarsela con l'inglese, è disponibile su Amazon e costa solo 10,10 Dollari.

http://www.amazon.com/New-Thought-Police-Inside-Assault/dp/0761563733

sabato 16 aprile 2011

600.000 euro per i falsi abusi dell'Asilo Sorelli. Ma chi guadagna in queste assurde vicende in cui lo Stato è poi chiamato anche a risarcire le vittime di chi ha visto lucciole per lanterne?

I giudici hanno stabilito che lo Stato deve risarcire a ogni maestra 299.520 euro
Alla fine il conto (salato, ma non troppo) è arrivato. Dopo due anni trascorsi tra carcere e arresti domiciliari, sono state assolte dai giudici di primo, secondo e terzo grado, "perche' il fatto non sussiste", e adesso due insegnanti bresciane, di 57 e 59 anni, accusate di pedofilia ai danni di una classe di 23 bambini della scuola materna 'Sorelli' di Brescia dove all'epoca erano maestre, dovranno essere risarcite di 300mila euro a testa per ingiusta detenzione e per danni morali. 

La decisione, spiega il quotidiano La Stampa, e' arrivata dalla Corte d'appello cui le maestre avevano presentato il conto.

E così l'Italia scopre che per falsi abusi si può andare in carcere, per poi pagarne tutti il prezzo. La cifra di 600.000 euro, in fondo, non è poi così elevata in considerazione del danno arrecato alle due insegnanti.
Nessuno potrà restituire il lavoro che amavano, nessuno potrà cancellare le umiliazioni, la rabbia, i mesi in galera, gli insulti e le minacce delle altre detenute. Nessuno potrà restituire loro la serenità, non potranno riavere la vita di prima, non potranno cancellare la paura, l'ansia, gli anni di processi, ma una parte della sofferenza è stata riparata.

I GIUDICI della corte d'appello di Brescia hanno accolto la richiesta di «riparazione per l'ingiusta detenzione» presentata lo scorso 14 marzo dalle due insegnanti accusate di aver abusato dei bambini che erano incaricate di accudire, detenute per dieci mesi e ai domiciliari per un altro anno e assolte in tutti i gradi di giudizio. Assistite dagli avvocati Massimo Bonvicini e Elena Frigo e Piergiorgio Vittorini e Paolo De Zan, le due maestre hanno ottenuto la riparazione. I giudici hanno stabilito che lo Stato deve risarcire a ogni maestra 299.520 euro. L'ordinanza è già esecutiva.

«È un decisione molto importante», commenta l'avvocato Bonvicini. Le maestre non hanno ottenuto il massimo (500mila euro) ma la cifra corrisposta per ogni giornata di detenzione ingiusta è stata raddoppiata. La scelta dei giudici (Enzo Rosina, presidente, con Anna Maria Dalla Libera e Carlo Bianchetti) dipende dal fatto che le due insegnanti si sono difese fin dalla prima fase dell'inchiesta ricorrendo al tribunale del riesame, che la detenzione è stata piuttosto prolungata (con settimane di isolamento e parte dei domiciliari in versione "ristretta"), che per le due insegnanti è stato impossibile essere reintegrate nella precedente attività lavorativa e che le accuse erano particolarmente infamanti.

Ma le accuse non hanno retto: le due maestre, con gli altri imputati, sono state assolte in primo grado; l'assoluzione è stata confermata in appello e diventata definitiva lo scorso maggio con la conferma dei giudici di Cassazione.

Per i giudici alla scuola Sorelli «non ci fu alcun abuso sessuale sui bambini».


E le due maestre, una di 57 e una di 59 anni, hanno quindi ottenuto che lo Stato ripari il danno subito con l'ingiusta detenzione.

Le indagini sull'intero corpo docenti e non docenti della scuola comunale «Sorelli», nel centro storico cittadino, erano iniziate nel maggio del 2003, dopo la denuncia sporta da una famiglia.

Qualche mese dopo, a settembre, le due maestre erano state arrestate e rinchiuse in cella. A loro sostegno c'era anche stata una fiaccolata all'esterno del carcere di Verziano, dove le maestre erano detenute in isolamento.

UN ANNO DOPO, nel giugno 2004, la procura aveva chiuso le indagini per sei maestre, tre bidelli e tre sacerdoti per abusi su 23 bambini, commessi all'interno della scuola, ma anche in luoghi esterni all'edificio scolastico. A luglio, dopo dieci mesi di detenzione, le due maestre avevano ottenuto i domiciliari ristretti. A settembre gli indagati avevano chiesto di essere processati al più presto e a novembre era iniziato il processo per otto imputati (sei maestre, un bidello e un sacerdote).

Nel luglio del 2005 le due maestre erano tornate libere, nel febbraio 2007 la procura aveva chiesto una condanna di 125 anni per gli imputati, ma i giudici di primo grado, il 7 aprile del 2007, avevano emesso un verdetto di assoluzione, confermato nell'ottobre del 2008 in appello e nel maggio scorso dalla Cassazione.

Ora l'ultimissimo atto: per i giudici lo Stato deve riparare il danno.

Fonte: adiantum.it - bresciaoggi.it

Todini (PDL): troppi padri separati indigenti, vittime di sentenze sbilanciate

Roma, 10 apr 2011 - "Durante il convegno sulla "Conflittualità di coppia ed opportunità educative" - dichiara il Consigliere dell'Assembolea Capitolina del PdL, Ludovico Todini - alla presenza delle associazioni FeNBI, Adiantum, Kriterion, Nonne e Nonni privati dei nipoti, AVoSS, Nuova Coscienza, Associazioni dei Separati Cristiani, ho sottolineato l'importanza di fare una seria riflessione su un fenomeno tristemente in crescita, quello dell'indigenza in cui versano i papà separati, vittime di sentenze sbilanciate, che sono arrivati a quota 90 mila a Roma, 60 mila a Milano e 15 - 18 mila a Palermo". 


"Se su uno stipendio di 1,500 euro - prosegue - se ne devono dare 2/3 all'ex coniuge e prole, in aggiunta alla casa coniugale, ecco qui che si è creata una massa di nuovi poveri impossibilitati a vivere dignitosamente e, ancor peggio, impediti, di fatto, ad esprimersi nella genitorialità paterna anche se l'affidamento è condiviso.


Padri che non sanno dove portare i figli a fare i compiti od incontrare un amichetto,perché privi di una dimora adeguata, si ritrovano in macchina, al Mc Donald's, in qualche bar. Padri che per risparmiare, si recano alla mensa Caritas per consumare i pasti".


"Roma Capitale - conclude Todini - ha realizzato la Casa dei Papà separati proprio per far fronte ad un bisogno reale. Ricade sulle amministrazioni il compito di risolvere problemi creati da sentenze approssimative e culturalmente viziate".

Fonte: lungotevere.org

martedì 12 aprile 2011

A parigi va in scena l'orrore: ragazza torturata e stuprata da un branco di sei donne

 Lo stupro piu' grave. Piu' terribile. Ingiustificabile come tutti gli stupri ma in questo caso ancora piu' terribile perché il movente non sembra essere nemmeno il sesso bensì pura e semplice malvagita' di sei (non una ma sei) donne. Il fenomeno è emergenziale e mette a nudo un aspetto della violenza sulle donne operata da altre donne.

PARIGI - Una donna di 31 anni è stata violentata nelle Yvelines, un dipartimento alle porte di Parigi, da altre sei donne che l'accusavano di avere una relazione con il marito di una di loro. La donna, riferiscono fonti vicine all'inchiesta, era stata invitata da alcune conoscenti a presentarsi in un appartamento della zona «per un motivo futile»: è stata legata a una sedia, schiaffeggiata, spogliata, bagnata con secchi d'acqua, rasata a zero, oltre ad essere minacciata con un taser, l'apparecchio di autodifesa che genera shock elettrici. «C'era una volontà di umiliarla per farle confessare il suo sbaglio, quella era la punizione», ha detto la stessa fonte. Le donne sospettate di aver partecipato alle violenze sono finite sotto inchiesta per «estorsione aggravata, violenze di gruppo con premeditazione e sequestro di persona» e sono state poste sotto controllo giudiziario. Alla vittima sono stati dati 4 giorni di incapacità totale al lavoro. È stato il padre della vittima a convincerla a denunciare l'accaduto.

[Fonte leggo.it]

domenica 10 aprile 2011

Emancipazione femminile? Un successo economico per alcuni, una tragedia per altri.

Ogni qualvolta parlo dell' infame legge femminista del divorzio che rappresenta la barca di caronte che conduce all' inferno quegli uomini traditi e piantati dalle loro consorti, mi sento obiettare che, in fondo, non tutte le donne sono sadiche, che vi sono donne fedeli al marito. 

Beh, lo spero, ma la domanda che mi viene naturale porre e alla quale subito sono in grado di dare una risposta, è questa: ma ad una donna sposata conviene non abbandonare il marito? Cioè le conviene non divorziare?

La risposta è no. 

Non solo,addirittura, non le conviene nemmeno lavorare. Perchè, in caso di divorzio, non solo non perde nulla economicamente, ma ha, addirittura, tutto da guadagnare. E questo è vero, soprattutto se la moglie non lavora, cioè se casalinga.

L'unica cosa che deve evitare di fare è di non passare a seconde nozze con il suo amante "figo e romantico". Dei soldi e alimenti che usufruiva nel matrimonio dal marito lavoratore, l' ex moglie adultera continuerà ad usufruirne, spremendo l'ex marito-grazie alla legge-dei suoi stipendi e risparmi. La casa-anche se non sua-il giudice gliela dà a lei sempre e comunque(sentenza della Corte di Ficazione), costringendo l' ex marito anche pagare il mutuo, proprio per quella casa da cui è stato sfrattato e in cui l'ex moglie vive con il suo amante "figo e romantico". E se per caso l'ex marito-come spesso accade-si suicida o muore di crepacuore? Poco cambia, perchè lei continuerà ad usufruire di un sussidio alla stregua di una vedova.

Fin qui, quindi, non ha perso nulla. Ma d'ora in poi, avrà solo da guadagnare. Perchè oltre ai soldi dell' ex marito, la sadica adultera usufruirà, ovviamente, anche dell'apporto economico del suo nuovo boy che presumibilmente lavorerà. L' importante è che si limiti a convivere con lui, e non a sposarlo, altrimenti l'ex marito non sarebbe più obbligato a pagarla(spero che sia così, ma non ne sono sicuro). 

Insomma, ai soldi dell' ex si aggiungeranno quelli dell'amante. E quando si sarà stufata dell'amante, potrà sempre trovarsi un nuovo amante, prima di scaricare a sua volta anche lui, per trovarsene ancora un altro. E così via.

Morale della favola: mentre per un uomo il divorzio rappresenta la distruzione morale ed economica della sua vita, condannandolo alla miseria e alla disperazione, per una donna, invece, il divorzio rappresenta una fonte di ingente guadagno economico.

E' questa la vera emancipazione femminile? Non per tutte, ma per molte donne è anche e soprattutto questo.



giovedì 7 aprile 2011

A Verbania il convegno di "Figli per Sempre": la scuola non puo' intervenire nella sfera privata dell’individuo e della famiglia in dissoluzione

A Luino, presso Palazzo Verbania, ha avuto luogo un incontro sulla crisi della famiglia. L'evento è stato promosso da Figli Per Sempre Onlus, associazione varesina, con il patrocinio del Comune. Malgrado la concomitanza di un importante consiglio comunale oltre ottanta persone hanno assistito, dopo i saluti del Sindaco Andrea Pellicini, agli interventi dei relatori. 
 
Il pediatra Vittorio Vezzetti ha approfondito gli aspetti sociologici e scientifici della crisi della famiglia e delle sue ripercussioni tanto sull’individuo che sulla società. In particolare ha evidenziato le importanti differenze fra le prassi giuridiche italiane e quelle di paesi quali la Svezia o la Francia in cui la tematica è stata approfondita da molto più tempo in maniera pragmatica e tesa a ridurne le conseguenze negative.

Patrizia Cucinato, mediatrice familiare, ha voluto specificare come la mediazione possa rappresentare un metodo per superare, più che evitare, il conflitto in modo da arrivare a soluzioni condivise rispettose delle esigenze dei coniugi e dei figli. In Italia, purtroppo, l’istituto della mediazione per vari motivi stenta a decollare mentre in altre nazioni rappresenta una florida realtà già da alcuni lustri.
Erica Gilardini, psicologa dell’età evolutiva, ha evidenziato nel suo intervento il rapporto spesso problematico fra istituzione scolastica e problematiche separative evidenziando specifiche misure, già assunte da alcune scuole del varesotto, volte ad attenuare l’emarginazione di una delle due figure genitoriali: ad esempio l’adozione della doppia firma sulle pagelle e sui documenti programmatici più importanti.

Infine Vittorio Vezzetti ha illustrato il suo romanzo-inchiesta sulla crisi della famiglia “Nel nome dei Figli” (www.nelnomedeifigli.it) , che in breve tempo ha venduto quasi 4000 copie ottenendo per il suo valore sociale e culturale i patrocini di 5 province e 13 Comuni italiani.

La conclusione è stata della prof. Martino, Dirigente scolastico, che ha fra l’altro precisato come la scuola, pur avendo un ruolo importante, non possa però intervenire sempre in modo incisivo in vicende che riguardano la sfera privata dell’individuo e della famiglia in dissoluzione.

Fonte: varesenews.it

mercoledì 6 aprile 2011

Maresciallo Adornato: anche una mamma ligure si unisce allo sciopero della fame. Ma la stampa censura

In attesa del ritorno a Roma, gli aderenti al comitato spontaneo per Fabrizio Adornato - il maresciallo dei carabinieri che è in sciopero della fame da 24 giorni per protestare contro la malagiustizia familiare - diventano sempre di più. Dalla capitale e dalle città più disparate giungono sostenitori che si alternano civilmente sotto lo slogan "siamo tutti Fabrizio Adornato", garantendo continuità alla protesta cominciata quasi un mese fa.

E mentre l'organizzazione viaggia spedita verso l'auspicata audizione di Adornato al Quirinale, continua il silenzio della Presidenza della Repubblica, a cui si aggiunge la censura delle agenzie di stampa nazionali. Infatti, nonostante numerosi comunicati stampa inviati dai politici che stanno seguendo la vicenda (On. Bernardini e on. Todini), solo l'AGENPARL  - Agenzia Stampa Parlamentare - ha dedicato unarticolo. Le altre, Omniroma, ADN Kronos, ANSA, DIRE, ASCA, senza paralre di radio e giornali, stano boicottando le notizie.

Un silenzio assordante, quindi, proveniente da coloro dovrebbero ascoltare la voce di un cittadino che mette a rischio la propria vita. La circostanza, poi, che costui sia un maresciallo capo dei carabinieri costituirebbe, in sè, una notizia non da poco per qualunque testata. Ma non in Italia, sembra.

Molte le iniziative spontanee, come quella di Ettore Lanzarotto, Presidente di "Le Ali, Lealtà e Coerenza Politica" (www.leali.org), il quale ha scritto al Ministro della Difesa Ignazio La Russa "il Maresciallo Capo dei Carabinieri Fabrizio Adornato sta conducendo lo sciopero della fame dal 7 marzo. Già nel novembre 2010 aveva scritto alla Presidenza della Repubblica, chiedendo di essere ascoltato in merito ad una vicenda di separazione particolarmente drammatica.  La cortese e sollecita risposta del Quirinale specificava come non fosse possibile intervenire direttamente su un organo indipendente qual è la Magistratura; la documentazione relativa al Maresciallo Adornato è stata pertanto inviata al CSM. 

Nonostante l’interessamento delle istituzioni, ad oggi nessuna comunicazione è pervenuta al diretto interessato da parte del Palazzo dei Marescialli. Insieme alle decine e decine di associazioni che hanno preso a cuore la vicenda, ci rivolgiamo a Te per sottoporTi non tanto il caso giuridico, sul quale non possiamo ne’ vogliamo chiederTi di intervenire, quanto il caso umano di uno stimato Carabiniere che ha prestato giuramento al Tricolore, ma oggi si sente tradito da quella stessa Giustizia che ha fedelmente servito per oltre 20 anni della propria vita. Il Maresciallo Capo Adornato chiede di poter conferire con Te, e quindi vista la drammaticità della situazione, Ti saremmo grati di non lasciar cadere nel vuoto questa istanza".

La lettera è datata 25 Marzo. Ad oggi, nessun riscontro.

Nel frattempo una mamma di La Spezia (nulla  a che vedere con la signora Antonella Flati, a fianco di Fabio Nestola nella foto - NDR) ci ha contattati, dichiarando che nei prossimi giorni arriverà a Roma per iniziare anche lei lo sciopero della fame. Non vede sua figlia da mesi, e dalla documentazione esaminata emergerebbero molti dubbi sull'operato del tribunale dei minori di Genova (proprio quello del maresciallo Adornato) e, sopratutto, su quello di una assistente sociale che, nelle scorse settimane, è stata "stranamente" rimossa dall'incarico.

Chi si determina ad uno sciopero della fame ha certamente valide motivazioni. Pare che le Istituzioni facciano fatica a capirlo.

Quanto durera ancora il loro silenzio ?

Fonte: adiantum.it

lunedì 4 aprile 2011

Roma, assistente sociale costringe per un anno genitore a visite protette. Rimossa

Un'ora al mese. Sessanta minuti in cui vedersi, parlarsi, confidarsi e raccontarsi di una vita difficile, certamente, ma resa impossibile da una separazione ancora faticosa da comprendere.

È la storia di Fabio Bigonzi e di suo figlio oggi tredicenne. La trama di questa vicenda è simile a tante altre e per questo occorre accendere qualche riflettore su un sistema a «tutela» dei minori che troppo spesso si stenta non solo a capire ma a giustificare. Il signor Bigonzi si separa consensualmente dalla moglie nel 2002.

Nel 2006 il figlio viene affidato a una casa famiglia. Ha otto anni e può vedere il padre una domenica al mese e un giorno a settimana per un'ora. La proposta di affidamento al genitore è ostacolata dalle difficoltà economiche dello stesso. Che però si dà da fare e oggi è un operatore Ama.

Nel 2009 poi un decreto del Tribunale dei Minori nel confermare gli incontri protetti, impone di valutare la graduale possibilità di consentire al padre incontri prolungati e non assistiti.

È qui che, forse, inizia la salita più ripida. I rapporti tra il signor Bigonzi e l'assistente sociale del VI Municipio, secondo quanto riferito negli atti giudiziari, non sono idilliaci. Fatto sta che nel novembre 2010 le visite vengono ridotte a un'ora al mese.

Un'agonia. Nonostante il minore, a detta dello stesso assistente sociale ascoltato dai giudici, «richieda a gran voce di poter vedere più spesso il padre». Ora, in sede d'Appello l'avvocato Faragasso, che assiste Bigonzi, torna a chiedere l'affidamento al padre e alla nonna paterna, che non vede il nipote da quasi un anno.
 
Nel frattempo una prima piccola vittoria è stata raggiunta, un curatore speciale del Tribunale dei Minori ha preso il posto dell'assistente sociale. La prossima udienza è fissata in giugno. Due mesi.

Sembrano pochi ma per un padre e un figlio che possono vedersi solo per 60 minuti ogni 30 giorni è davvero un'eternità.

Fonte: iltempo.it

sabato 2 aprile 2011

La rivoluzione criminale del femminismo - di Giancarlo Belli

Decidere di sposarsi a tutti i costi, con l’asso del divorzio nascosto nella manica, significa volere tutto ed il contrario di tutto. 

A mio avviso, il movimento femminista ha condotto una rivoluzione criminale, non tanto nei confronti del genere maschile, quanto nei confronti dell’umanità. All’insegna dell’ ideologia più sfrenata ha combattuto e vinto battaglie che non avrebbero mai dovuto essere combattute. 

Il divorzio è una di queste battaglie. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Come dicono le statistiche, oggi un quarto dei matrimoni si chiude con il divorzio. Tuttavia, detto così, il dato non rende ancora bene quello che sta avvenendo.

Infatti quando si parla di un quarto dei matrimoni che si sfasciano ci si riferisce a tutti i matrimoni, anche a quelli celebrati cinquant’anni fa. Sarebbe opportuno invece sapere quanti, tra i matrimoni celebrati negli ultimi dieci anni, resisteranno fino alla fine naturale senza cedere al generale sconquasso introdotto con la legge sul divorzio.

Si parla del divorzio come di “una legge giustamente voluta e richiesta dai movimenti femminili per dare risposta ad una indissolubilità del matrimonio che trovava nella realtà sociale del tempo l´ingiustizia di convivenze impossibili.”

Intendo confutare questa tesi.

Tanto per cominciare il movimento femminista ha voluto ed ottenuto il divorzio non certo perché aveva a “cuore” l’ingiustizia di convivenze impossibili. Il movimento femminista lottava e lotta ancora oggi per emanciparsi dal maschio in un’ottica di scontro e guerra aperta per il potere. Altro che ingiustizia di convivenze impossibili. Ed in effetti, a pensarci bene, non ha forse ottenuto, con il divorzio, esattamente quello che voleva ? …Uno strumento con un potenziale distruttivo impressionante. E chi paga sono poi i soggetti più deboli (figli e uomini, nell’attuale momento storico).

Se si accetta la tesi del movimento femminista, cioè la tesi del matrimonio a guisa di un carcere per persone che non si amano più, allora si accetta, inevitabilmente, di entrare nella logica della contrapposizione e della lotta di genere, logica voluta ed imposta dal femminismo. E’ illusorio pensare di “governare” con norme e leggi un fenomeno come quello del divorzio che è di aperta contrapposizione tra coniugi e che reca ferite inguaribili alle persone direttamente coinvolte.

La questione del matrimonio è molto semplice. Il matrimonio è uno strumento giuridico “inventato” dall’uomo per stabilizzare situazioni familiari che, diversamente, non avrebbero potuto godere “a lungo” dell’ impegno del maschio a mantenere e difendere la propria famiglia. Non ho le basi storiche ed antropologiche, ma sono convinto che il matrimonio abbia costituito una pietra miliare nella storia della crescita “umana e civile” dell’essere umano. Ebbene, con l’introduzione del divorzio, si è fatta marcia indietro azzerando gli enormi vantaggi che aveva portato il matrimonio. Di fatto abbiamo riportato la famiglia in una situazione di provvisorietà e precarietà.

D’altronde molti pensano che, se da un lato il divorzio è sinonimo di libertà individuale, dall’altro esso spaventa, perché è divenuto chiaro a chiunque (man mano che ha preso forza la consapevolezza individuale dei cambiamenti storici) che oggi i rapporti interpersonali sono destinati a finire.
Bella conquista ! Davvero una bella vittoria… dell’egoismo e dell’individualismo. E non sono soltanto i rapporti marito-moglie ad essere a termine; spesso vittime della provvisorietà sono anche i rapporti padre-figli e madre-figli con conseguenze devastanti non solo per le persone direttamente coinvolte ma anche per l’ intera società (che è basata sulla famiglia).

Oggi, a quarant’anni dall’introduzione di quella legge, occorre fermarsi e ripensare il matrimonio. Ripensare, con umiltà ed onestà, a quale sia la funzione fondamentale e preziosa che svolge, da millenni, questo insostituibile strumento giuridico. Soprattutto riscoprire tutta la straordinaria positività che promana dal matrimonio. Insegnare, alle giovani generazioni, che le difficoltà legate alla convivenza possono e debbono essere superate, sia pure con sacrificio. Rinunciare al sogno di una felicità mitica, frutto di una personalità puerile ed incapace di affrontare la realtà. Infine riconoscere il carattere essenzialmente antitetico del divorzio rispetto al matrimonio.

Per le realtà familiari realmente difficili resta comunque la separazione che, pur permettendo ai coniugi di interrompere la convivenza, non li svincola dagli impegni che si sono liberamente assunti con il matrimonio. La convivenza inoltre, una volta cancellata la possibilità del divorzio, indurrebbe i coniugi a ripensare e, ove possibile, rifondare il loro matrimonio con immenso beneficio dei figli ma anche degli stessi coniugi.

Mi si consenta un’ultima considerazione. Il matrimonio è oggettivamente indissolubile. Non lo dice solo la Chiesa: lo dice il buon senso. Se una persona non se la sente di sposarsi, la soluzione non può essere soltanto il divorzio. La soluzione è non sposarsi. Si può fare una famiglia felice anche senza il matrimonio. Decidere di sposarsi a tutti i costi, con l’asso del divorzio nascosto nella manica, significa volere tutto ed il contrario di tutto. La conseguenza però è che le cose perdono il loro significato.

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