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giovedì 27 ottobre 2011

Caccia allo stupratore di "sorelle". Nella violenza delle sorority. In Texas.



La Sorority ha esortato i suoi ex allievi a rimuovere il marchio della “sorellanza”


TEXAS (USA) – La polizia del Texas sta dando la caccia allo stupratore seriale che sembra scelga le sue vittime tra le ex affiliate delle associazioni universitarie Sorority. Stando a quello che la polizia crede si tratterebbe dello stesso uomo che ha generato il panico tra i membri della Delta Sigma Theta, la più grande confraternita di neri negli Stati Uniti. Nessuna delle donne – che hanno frequentato diversi college – conosceva le altre vittime o il loro aggressore. Ma lui ha rivelato loro di essere in possesso di un bel po’ di particolari e informazioni personali sul loro conto.

“Pensare che i nostri membri vengono presi di mira è inquietante ed estremamente sconfortante”,scrive Cynthia Butler-McIntyre, presidente nazionale di Delta Sigma Theta, in un comunicato. “Incoraggiamo i membri di stare attenti, essere consapevoli del loro ambiente e di chiamare la polizia se vedono qualcosa di sospetto o si sentono minacciati.”

La Sorority ha esortato i suoi ex allievi a rimuovere il marchio della “sorellanza” dai loro veicoli, portachiavi, case, uffici, evitare di indossare abiti o accessori che li identificano come membri, rimuovere le informazioni personali dai social network ed evitare di andare fuori o stare in casa da soli.

Il primo assalto è stato nel mese di novembre. Nel momento in cui è stata attaccata la seconda donna nel mese di aprile, la polizia ha cominciato a preoccuparsi di avere un violentatore seriale per le mani. La terza donna è stata aggredita nel mese di settembre e la quarta all’inizio di questo mese.Tutte assalite quando erano sole nelle loro case e gli stupri sono stati consumati tra le ore 9:00 e le 4:00 am.


Fonte http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/texas-stupratore-seriale-sorority-997315/

giovedì 20 ottobre 2011

Mamma fa girare film porno alla figlia di 6 anni

Una donna di ventiquattro anni è stata accusata dalle autorità in Texas per aver costretto la figlia di soli sei anni a partecipare a sesso di gruppo e per aver filmato il tutto con una telecamera.


Il compagno che all'epoca dei fatti viveva con lei era lontano da casa quando la donna girava queste scene, di cui lui era all'oscuro. L'uomo ha convissuto con la donna per due anni e non era il padre biologico della piccola.


Al momento i video sono al vaglio della polizia, che sta cercando di risalire da quelle immagini all'identità dei partecipanti. Le indagini saranno volte anche ad accertare se la bambina è stata vittima di abusi.


Alla madre della piccola, che ora è stata data in affidamento, è stato contestato il reato di atti osceni in presenza di un bambino, che prevede una pena massima di dicei anni di carcere, ed una multa di 10.000 dollari, mentre la cauzione per il suo rilascio ammonta a 50.000 dollari.


La bambina ora “fisicamente sta bene”, ha dichiarato Marissa Gonzales, portavoce della Child Protective Services agency del Texas, “ma in situazioni come queste il bambino potrebbe aver bisogno di una terapia”

http://www.huffingtonpost.com/2011/08/10/texas-mother-alleged-crime-group-sex-act_n_922897.html

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2051220/Dallas-mother-daughter-6-video-tape-group-sex-gang-bangs.html?ito=feeds-newsxml

mercoledì 19 ottobre 2011

“Sono madre e incazzata”: giusto spaccare tutto

ROMA - Sono in programma oggi gli interrogatori di convalida per i dodici arrestati durante gli scontri avvenuti sabato a Roma. Il gip Elvira Tamburelli ascolterà i fermati per i quali la procura ha chiesto la convalida e la conferma delle custodie in carcere con l'accusa di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. Gli interrogatori sono previsti presso il carcere di Regina Coeli.

MADRE DI UNA RAGAZZA FERMATA: "SI VESTE SEMPRE DI NERO" «Mia figlia mi ha raccontato che nel corteo ha sfilato con il gruppo dei pacifisti, veste di nero ma non è black bloc». A parlare è la madre di Ilaria Ciancamerla, la 21enne di Sora fermata sabato a Roma dopo gli scontri a piazza San Giovanni. La donna ha incontrato ieri la figlia nel carcere di Rebibbia, reparto femminile. «Ilaria mi ha spiegato che si è trovata in mezzo al caos ed è stata bloccata dalle forze dell'ordine -dice la donna- Lei veste sempre di nero, come spesso capita anche a me ma questo non vuol dire certo essere un black bloc».

MADRE PRECARIA: "GIUSTO INCENDIARE I SUV" «Non siamo certo venuti a fare una passeggiatina, a Roma. Con i cartelli, a ballare e cantare. A fare gli indignati con la puzza sotto il naso. Sono una cittadina incazzata». A parlare è una trentenne romana precaria, intervistata da Repubblica, che sabato scorso ha partecipato attivamente agli scontri di piazza e si definisce una black bloc.
«Io sono una ragazza madre, non riesco ad arrivare a fine mese - prosegue - non trovo un lavoro e le istituzioni mi hanno abbandonata. Non mi rappresentano e sono corrotte». La sua rabbia, durante la manifestazione, l'ha sfogata anche con la violenza. «Abbiamo il diritto di protestare. E distruggere le vetrine ha un senso - dice - Ma solo se rappresentano dei simboli. Simboli del potere finanziario, come le banche. E ha senso incendiare un suv, simbolo del lusso. Bruciare una Fiat Punto non significa niente. Chi l'ha fatto ha sbagliato».

La ragazza racconta come è andata alla manifestazione e dice che «alla fine di via Merulana la polizia stava caricando. Ho iniziato a lanciare sassi verso le barricate dei celerini. E poi qualunque cosa trovavo per terra. Anche un casco pieno di sassi. Davo bastonate per cercare di allontanarli. Ho lanciato sassi anche verso i blindati che facevano dei testacoda in mezzo alla gente».
«Tutta la mia violenza e quella dei miei compagni - aggiunge - era rivolta verso la polizia, contro le forze armate e tutto ciò che ci impediva di andare a protestare al Parlamento».
E poi, sui poliziotti, aggiunge:
«Sono ragazzi come me, guadagnano poco ma non ci permettono di manifestare dove vogliamo. E comunque rappresentano lo Stato. E io sono anarchica».

sabato 15 ottobre 2011

Fuggì con la bimba in Polonia, condannato a tre anni

Il tribunale monocratico di Catanzaro ha inflitto all'uomo una condanna ben piu' pesante di quella richiesta dal pubblico ministero

Si e' concluso con una condanna a tre anni di reclusione il processo per sottrazione di minore a carico del lametino Giuseppe Massimo Natale, di Nicastro, seguito ad una vicenda che, circa quattro anni fa, riempi' le cronache locali ed anche nazionali. 

La vicenda della piccola Gaia, la piccola di appena due anni che suo padre porto' fuori dall'Italia illegalmente, tenendola con se' in Polonia senza dare alcuna notizia alla madre della bimba, prima che la Polizia riuscisse a ritrovarla. Il tribunale monocratico di Catanzaro, oggi, ha inflitto all'uomo una condanna ben piu' pesante di quella richiesta dal pubblico ministero, che aveva sollecitato una condanna ad un anno di reclusione. 

Ha chiesto che l'imputato fosse dichiarato colpevole, oltre al risarcimento del danno, anche l'avvocato Ennio Curcio, difensore di Savina Curulla, mamma della piccola Gaia costituitasi parte civile. La vicenda giudiziaria relativa al caso di Gaia - nata a giugno del 2002 - ha avuto inizio quando la bambina aveva poco piu' di due anni, e precisamente il 21 agosto 2005, quando lei ando' a trascorrere con il padre i 5 giorni mensili che il tribunale aveva concesso all'uomo, e non fece piu' ritorno a casa per venti lunghissimi mesi, senza che nessuno avesse piu' notizie di lei.

Giuseppe Massimo Natale, che viveva a Catanzaro facendo lavori saltuari, si era separato da Savina Curulla, e, all'inizio, "si dividevano" la figlia equamente. Quando lui comincio' a trasgredire gli accordi il Tribunale ridusse sempre piu' il suo tempo con la figlia, fino a 5 giorni al mese. 

Lui, probabilmente non tollerando la cosa, quell'estate prese Gaia e ando' all'estero. Abbandono' un suo cellulare in un'aiuola, un secondo telefono lo regalo' perche' qualcuno altro lo usasse portandosi dietro gli investigatori. 

La Polizia lo cerco' ovunque, in ogni modo, ma lui fece perdere ogni traccia, non consentendo di rintracciarlo neppure seguendo i flussi bancari dei soldi che il padre gli mandava, perche' lui trovava sempre qualcuno disposto a riceverli ed a darglieli a mano. 

Natale si sposto' spesso da una cittadina all'altra, usando schede telefoniche estere che cambiava di continuo, finche' alla fine i poliziotti polacchi ebbero la meglio e, su indicazione dei colleghi catanzaresi lo scovarono in un piccolo paesino del sud-ovest della Polonia, dove vivono tanti lametini. 

La Polizia prese Gaia in custodia, in attesa che la madre la raggiungesse, mentre Natale, che non era in arresto, si allontano' nuovamente. La piccola, assieme a sua madre, fece rientro a Catanzaro in aereo la notte del 10 marzo 2007, scortata dagli uomini della sezione della Squadra mobile che si occupa della ricerca di minori scomparsi, che avevano operato in sinergia con il Servizio centrale operativo della Polizia e l'Interpol, con il coordinamento del sostituto procuratore della Repubblica Simona Rossi.


http://www.catanzaroinforma.it/pgn/news.php?id=35617

Bimbo morto per un calcio al fegato: madre e convivente condannati a 16 anni

E' scoppiata a piangere Elizabete Petersone, lettone di 22 anni, quando il presidente della Corte d'assise d'appello di Genova, Maria Rosaria D'Angelo, ha letto il dispositivo della sentenza che ha condannato lei e l'ex convivente Paolo Arrigo, commerciante imperiese di 25 anni, a 16 anni ciascuno per la morte del piccolo Gabriel, il suo figlioletto di 17 mesi morto nel 2009 per un calcio che gli spappolò il fegato.


Un aumento di pena di cinque anni rispetto alla sentenza di primo grado emessa con rito abbreviato dal gup di Imperia, che aveva condannato i due a 11 anni. I giudici d'appello hanno accolto la richiesta del pg Luigi Cavadini Lenuzza che aveva chiesto 16 anni considerando l'esistenza dell'aggravante dei futili motivi esclusa in primo grado. Per la donna, nell'udienza a porte chiuse, i giudici hanno anche dichiarato la decadenza della potestà genitoriale e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. 

Scortata dagli agenti penitenziari, la Petersone si è allontanata senza dire una parola, per tornare nel convento dell'imperiese dove è agli arresti domiciliari. Anche Paolo Arrigo, che è a piede libero, non ha voluto parlare con i giornalisti che lo rincorrevano. I suoi difensori, Nicola Ditta, di Imperia e Maurizio De Nardo, di Torino, hanno solo annunciato che ricorreranno in Cassazione. Alla Corte Suprema si rivolgeranno anche i legali che assistono la donna, Gianmaria Fusetti, di Milano, e Cosimo Maggiore, di Torino. 

I giudici sono rimasti in camera di consiglio circa due ore. Elizabete Petersone, oggi in tenuta casual con pullover nero su una t-shirt bianca e pantaloni scuri, durante l'udienza è stata affiancata da una rappresentante per gli affari legali e consolari che era stata richiesta dall'ambasciata della repubblica di Lettonia in Italia. L'accusa nei confronti di lei e dell'ex convivente era quella di maltrattamenti, seguiti dalla morte del bimbo. 

Il piccolo Gabriel morì il 14 maggio del 2009. La Petersone, quel giorno, chiamò il 118 riferendo che il suo bambino aveva difficoltà respiratorie. Gli operatori medici arrivarono subito ma il piccolo morì prima di giungere in ospedale. L'autopsia accertò lo spappolamento del fegato (a causa di un calcio) e gravi lesioni alla milza, cui seguì uno choc emorragico che gli causò un arresto cardiocircolatorio dopo un'agonia durata circa 20 minuti. 

Il medico legale riscontrò poi numerosi lividi nella parte alta del corpicino, ben 21 lesioni collocate nel tempo a partire dal 4-5 maggio 2009, con una tolleranza di qualche decina di ore, sostenendo che le più numerose sarebbero risalite a uno-due giorni prima della morte del piccino. La Petersone e Arrigo furono arrestati due giorni dopo con l'accusa di concorso in omicidio preterintenzionale, poi derubricato in concorso in maltrattamenti seguiti dalla morte di Gabriel. Nel processo con rito abbreviato il gup Fabio Favalli di Imperia li condannò a 11 anni ciascuno. 

Nell'udienza scorsa il pg Lenuzza aveva sostenuto che i maltrattamenti ci sono stati da parte di entrambi gli imputati e che sono stati la causa della morte. "E' un delitto aggravato dall'evento - aveva detto nella sua requisitoria - e, quindi, ne rispondono tutti e due a prescindere da chi abbia dato il colpo di grazia. Questo vale soprattutto per la donna, che aveva l'obbligo giuridico di intervenire nel caso fosse stato l'uomo a maltrattare il piccino".


http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/238748