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sabato 15 ottobre 2011

Bimbo morto per un calcio al fegato: madre e convivente condannati a 16 anni

E' scoppiata a piangere Elizabete Petersone, lettone di 22 anni, quando il presidente della Corte d'assise d'appello di Genova, Maria Rosaria D'Angelo, ha letto il dispositivo della sentenza che ha condannato lei e l'ex convivente Paolo Arrigo, commerciante imperiese di 25 anni, a 16 anni ciascuno per la morte del piccolo Gabriel, il suo figlioletto di 17 mesi morto nel 2009 per un calcio che gli spappolò il fegato.


Un aumento di pena di cinque anni rispetto alla sentenza di primo grado emessa con rito abbreviato dal gup di Imperia, che aveva condannato i due a 11 anni. I giudici d'appello hanno accolto la richiesta del pg Luigi Cavadini Lenuzza che aveva chiesto 16 anni considerando l'esistenza dell'aggravante dei futili motivi esclusa in primo grado. Per la donna, nell'udienza a porte chiuse, i giudici hanno anche dichiarato la decadenza della potestà genitoriale e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. 

Scortata dagli agenti penitenziari, la Petersone si è allontanata senza dire una parola, per tornare nel convento dell'imperiese dove è agli arresti domiciliari. Anche Paolo Arrigo, che è a piede libero, non ha voluto parlare con i giornalisti che lo rincorrevano. I suoi difensori, Nicola Ditta, di Imperia e Maurizio De Nardo, di Torino, hanno solo annunciato che ricorreranno in Cassazione. Alla Corte Suprema si rivolgeranno anche i legali che assistono la donna, Gianmaria Fusetti, di Milano, e Cosimo Maggiore, di Torino. 

I giudici sono rimasti in camera di consiglio circa due ore. Elizabete Petersone, oggi in tenuta casual con pullover nero su una t-shirt bianca e pantaloni scuri, durante l'udienza è stata affiancata da una rappresentante per gli affari legali e consolari che era stata richiesta dall'ambasciata della repubblica di Lettonia in Italia. L'accusa nei confronti di lei e dell'ex convivente era quella di maltrattamenti, seguiti dalla morte del bimbo. 

Il piccolo Gabriel morì il 14 maggio del 2009. La Petersone, quel giorno, chiamò il 118 riferendo che il suo bambino aveva difficoltà respiratorie. Gli operatori medici arrivarono subito ma il piccolo morì prima di giungere in ospedale. L'autopsia accertò lo spappolamento del fegato (a causa di un calcio) e gravi lesioni alla milza, cui seguì uno choc emorragico che gli causò un arresto cardiocircolatorio dopo un'agonia durata circa 20 minuti. 

Il medico legale riscontrò poi numerosi lividi nella parte alta del corpicino, ben 21 lesioni collocate nel tempo a partire dal 4-5 maggio 2009, con una tolleranza di qualche decina di ore, sostenendo che le più numerose sarebbero risalite a uno-due giorni prima della morte del piccino. La Petersone e Arrigo furono arrestati due giorni dopo con l'accusa di concorso in omicidio preterintenzionale, poi derubricato in concorso in maltrattamenti seguiti dalla morte di Gabriel. Nel processo con rito abbreviato il gup Fabio Favalli di Imperia li condannò a 11 anni ciascuno. 

Nell'udienza scorsa il pg Lenuzza aveva sostenuto che i maltrattamenti ci sono stati da parte di entrambi gli imputati e che sono stati la causa della morte. "E' un delitto aggravato dall'evento - aveva detto nella sua requisitoria - e, quindi, ne rispondono tutti e due a prescindere da chi abbia dato il colpo di grazia. Questo vale soprattutto per la donna, che aveva l'obbligo giuridico di intervenire nel caso fosse stato l'uomo a maltrattare il piccino".


http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/238748

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